20 dicembre 2019

La recensione di "Ninfamania", scritto e diretto da Emanuela Caruso e in scena al Teatro Studio Uno sino al 22 Dicembre

Recensione a cura di Mario Turco

Sesso. Resta una parola tabù in questo Natale 2019 anche se ci troviamo in un Paese della vecchia Unione Europea che più o meno in quasi tutte le Costituzioni dei suoi stati membri sembrerebbe aver rinunciato alla morale borghese. Malattia. Vale come scritto sopra. Non è difficile quindi immaginare come la trattazione delle malattie inerenti la sfera sessuale sia periferica rispetto al dibattito pubblico incentrato, un esempio a caso, più sulla liceità dei vaccini. Ed ecco perché “Ninfamania” scritto e diretto Emanuela Caruso e che sarà al Teatro Studio Uno di Roma fino al 22 Dicembre ha come primario e per fortuna non unico merito quello di portare sul palco del teatro (doppia impresa!) il racconto di questo disturbo. Come se non bastasse a complicare il bandolo della narrazione, la giovane regista sceglie di intorbidire le acque andando su un registro tragicomico che finge di non prendersi mai sul serio pur facendolo giustamente in ogni sua parola. Ninfamania porta in scena la storia di Luisa, una donna vicino ai quaranta, che convive quotidianamente con l'ossessione di “predare qualunque corpo compreso dal mio raggio visivo”. La ninfomania della protagonista viene presentata secondo i canoni patologici della malattia che pur non arrivando mai alla fredda analisi scientifica sanno far immedesimare lo spettatore attraverso alcuni semplici cenni legati a situazioni facilmente esperibili. Come dice la stessa regista in sede di presentazione in un'intervista rilasciata ad una webzine locale: “In fondo, sesso a parte, siamo tutti dipendenti da qualcosa”. Solo che a noi non l'hanno ancora diagnosticato, parafrasando una celebre massima.


Luisa invece sa benissimo di essere succube del suo male e cerca di opporvi rimedio attraverso l'analisi con una psicologa, da lei chiamata Psyco, e la partecipazione ad un gruppo d'ascolto suggeritole dall'amica erotomane. Lo spettacolo diretto dalla Caruso vede alternarsi a scene del passato interpretate dalla stessa regista, monologhi della sua coscienza, recitati in abiti femminili anch'egli dal bravissimo Michele Pagliai che riesce ad essere molto suadente e addirittura sexy pur non scadendo mai nel macchiettismo. La presenza di due attori in un doppio ruolo simmetrico fa di Ninfamania una piéce virata più sulla caratterizzazione a tutto tondo del personaggio che della denuncia magari portata avanti con stile diretto. Le frequenti notazioni sull'anaffettività di Luisa vengono infatti sempre presentati con sguardo partecipato e raramente crudo. Anche il flirt con lo zio Mario durante un matrimonio di famiglia, che ha fatto guadagnare a lei l'onta di essere una “lurida puttana” e a lui lo stemma di “inguaribile dongiovanni”, vuole essere una specie di dramma delle origini che spiega come mai questa ossessione sessuale sia stata perseguita tenacemente nel corso degli anni. La scrittura della Caruso colora così la ninfomania della sua protagonista con un orgoglioso femminismo che ricorda come la tara della società su una persona malata si faccia ancora più invasiva a causa del suo essere donna e per di più single. E per fare questa denuncia lo spettacolo non ha bisogno di assumere toni sovreccitati ma lo fa raccontando di bagni in cui consumare veloci amplessi, squadre da calcetto distrutte e soprattutto mani sporche di sangue. L'ennesima relazione sabotata perché ai sette rapporti intercorsi nel corso della notte Luisa cinicamente non vuol far seguire le coccole è il motivo ultimo della degenerazione nella follia. Non resta che schiacciare il pene dell'uomo che probabilmente si ama per poi fare un balletto con la tua coscienza, entrambi sorridenti perché consapevoli che alla mania della ninfa, volgarmente detta ninfomania, non c'è rimedio. I giornali il giorno dopo lo chiameranno raptus sessuale.