13 gennaio 2020

La recensione di "Arsenico e vecchi merletti" con la regia di Geppy Gleijeses in scena al Teatro Quirino fino al 19 Gennaio

Recensione a cura di Mario Turco

Se c'è una cosa che la Morte non sopporta di noi uomini è che siamo gli unici esseri a ridere di Lei. A volte sguaiatamente e senza sensibilità alcuni per i nostri simili, altre invece eroicamente di fronte a situazioni disperate. Forse però le situazioni nelle quali la nostra risata contiene il beffardo suono scaturito dal fatto di avere fatto della Morte pretesto per un testo culturale sono le migliori occasioni per delegittimare l'importanza cosmica che essa invece ha. Insomma, portare al cinema o sulle assi di un teatro una commedia che sappia farne veicolo per una storia divertentissima è il miglior modo di renderci invisi alla nostra metafisica nemica. Con “Arsenico e vecchi merletti” del commediografo statunitense Joseph Kesselring, scritta nel 1939 ma portata in scena col nuovo anno al Teatro Quirino fino al 19 Gennaio con la traduzione di Masolino D'Amico, il genere umano segna un punto decisivo in questa rilettura comica. Il testo di Kesselring ancora oggi subisce il successo della celeberrima versione cinematografica attuata da Frank Capra nel 1944 con un indimenticabile Cary Grant nei panni del protagonista. 


La versione portata in scena dal regista Geppy Gleijeses mantiene quasi inalterato il canovaccio principale, concentrandosi sulle note di regia di Mario Monicelli che per primo nel 1990 lo portò a teatro. Maggiore enfasi rispetto alla versione di Capra viene qui data alle due “care ziette” di Mortimer, interpretate dalle due decani del nostro palcoscenico Annamaria Guarnieri e Giulia Lazzarini. Le due attrici sono semplicemente fenomenali, soprattutto nella prima parte e con la scoperta del cadavere del signor Brown nella cassapanca fatta dal nipote Mortimer, nel tratteggiare le ben presto inquietanti vecchiette che per “troppa bontà” avvelenano chiunque nel loro salotto ammetta di sentirsi solo e senza scopo nella vita. Una volta svelato il segreto della dolce morte indotta tramite il rosolio, il liquore nel quale si nasconde la mistura di arsenico, stricnina e un pizzico “ma proprio un pizzico” di cianuro, la commedia spinge ancora oltre il pedale della confusione introducendo la figura del reietto Jonhatan Brewster e del suo sodale, il finto medico Dottor Einstein (“non quell'Einstein”). Qui la scrittura di Kesselring mostra la sicurezza di un impianto narrativo ben costruito riuscendo a maneggiare e portare avanti le diverse sottotrame collegate ai numerosi personaggi, spesso presenti tutti in scena nel palcoscenico. 


Si ride di gusto alla ridda di equivoci, al candore dei Brewster che nei loro diversi rami genealogici fanno spesso il male senza nemmeno rendersene conto, alla comicità perfino slapstick di tante situazioni (e di cui si fa spesso carico con una gestualità moderna Paolo Romano nei panni del rampollo Teddy) o alle derive splendidamente horror portate avanti da Jonathan, interpretato dal bravissimo Luigi Tabita che omaggia il Boris Karloff che lo portò per primo in scena nella versione originale. “Arsenico e vecchi merletti” oltre che essere una gustosa commedia nera colma di battute che sanno spesso condensare in un sentenza iconoclasta l'assurdità della vicenda via via sempre più ingarbugliata è un'amara riflessione sulla vita del teatro stesso. Il regista Geppy Gleijeses infarcisce il testo di veloci ma incisive battute sulla Morte del teatro stesso, sulla critica vanesia ma anche sulla venialità di alcuni suoi scrittori (la buffa figura del poliziotto-scrittore: come sappiamo l'ispirazione artistica non è mai stata democratica), sul rapporto sempre più inestricabile tra cinema e vita stesso (Jonathan ha la faccia di Frankstein per via di una sciagurata operazione chirurgica ma chissà perché si muove anche come lui!). “Arsenico e vecchi merletti” riesce quindi ad essere il collante che fa sì che tutti questi lutti non diventano mai vuote cerimonie funebri ma occasione di una sardonica ed omerica risata. E soprattutto, scoprirsi figli illegittimi non è mai stato così liberatorio!