16 luglio 2020

La recensione del film "Young ones - L'ultima generazione", di Jake Paltrow distribuito da Cloud 9 Film

Recensione a cura di Mario Turco

Il futuro spiega il presente meglio del passato, almeno al cinema. La science fiction degli ultimi vent'anni è riuscita spesso a convogliare all'interno dei suoi codici strutturali le ansie e le inquietudini di un'attualità che ha un cuore di tenebra tendente pericolosamente al collasso, sia umanamente che ecologicamente. Depurato dai suoi elementi giocosi (perfino la saga principe di Star Wars nell'ultima trilogia disneyana s'è arcuata verso elementi distopici), il genere che riflette sul nostro (prossimo) futuro s'è arreso al pessimismo cosmico. “Young ones – L'ultima generazione” diretto da Jake Paltrow e prodotto da Bifrost Pictures, Quickfire Films, Spier Films e Subotica Entertainment è l'ultimo esponente di una tendenza di cui non si riesce ad immaginare la fine. Pellicola girata nel 2014 e presentata nello stesso anno al Sundance Film Festival, sarà disponibile dal 13 Luglio distribuito da Cloud 9 Film sulle maggiori piattaforme digitali: SKY PRIMAFILA, CHILI, RAKUTEN, TIM VISION, APPLE TV, GOOGLE PLAY, CG DIGITAL E THE FILM CLUB. La peculiarità del film di Paltrow sta nel fatto che si presenta sin dalla prima scena, con quel sole accecante sparato dritto in camera, agli occhi dello spettatore come un destabilizzante incrocio tra fantascienza e western, ancora più radicale in questo senso di Mad Max: Fury Road


Se il film di Miller sfruttava l'ambientazione desertica come scenografia per una storia classicamente sci-fi, Paltrow fa una riflessione più ampia e dal western prende anche il crepuscolarismo filosofico correlato al mito della frontiera. In effetti, quella del regista statunitense, autore anche della sceneggiatura non è un incubo ambientalista ad occhi aperti dato che esiste ancora un governo centrale e una parvenza di civiltà dentro le città. L'unico agglomerato urbano di “Young ones – L'ultima generazione” è però ripreso di sfuggita e serve solo da snodo tramico. I tre segmenti in cui è diviso il film, che sono intitolati come i personaggi che ne sono protagonisti, si svolgono infatti in outlook arido, ripreso vicino al confine con la Namibia in Sud Africa ma che nella finzione rappresenta uno stato americano senza nome funestato da una prolungata siccità in un futuro apparentemente non troppo lontano. Qui l’acqua è diventata la risorsa più preziosa del pianeta, merce di scambio che segue le dinamiche commerciali del petrolio (ci sono pure le pompe dove fare rifornimento) ed in grado, come quelle del combustibile fossile, di rendere gli uomini abietti. Ernest Holm, interpretato da un impacciato Michael Shannon che non riesce proprio a calarsi nei panni di uomini senza tare psicologiche, è un contrabbandiere di generi di prima necessità per una società di costruzioni idriche che spera di ingraziarsi per far loro convogliare una conduttura nel proprio terreno. 


Pur accodandosi volutamente al revival minimalista della sci-fi, Paltrow non riesce ad imbastire un contesto coerente di riferimento lasciando fin troppo sullo sfondo le critiche sociali-politiche. Lo spazio scenico è allora incentrato sulla piccola epopea della famiglia Holm, dilaniata dai contrasti tra il padre, la figlia ribelle (una già bellissima Elle Fanning) e soprattutto il suo lestofante ragazzo, Flem Lever (Nicholas Hoult). Il difetto principale del film sta proprio nella scrittura dei personaggi: il dramma è vissuto sottopelle, in maniera anemica e ciò non giova ad un finale che invece vira improvvisamente verso i temi della vendetta e perfino della faida parentale. Da una parte allo spettatore si chiede empatia tramite una narrazione comunque classica e dall'altra gliela si nega tramite uno scenario polveroso ed opprimente contrassegnato da silenzi e totali desolanti. “Young ones – L'ultima generazione” smarrisce troppo presto un potenziale almeno visivo molto promettente sotterrandolo, è proprio il caso di scriverlo, nelle secche commerciali. Scavando senza andar troppo in fondo Paltrow ha sperato di trovare una falda acquifera che irrogasse il suo cinema ma la sua pompa artistica si è ingolfata a metà strada tra autorialismo ed industria.