22 luglio 2020

Recensione: Nero ferrarese, di Lorenzo Mazzoni

Titolo: Nero ferrarese
Autore: Lorenzo Mazzoni
Editore: Pessime Idee

Pagine: 224
Anno di pubblicazione: 2020

Prezzo copertina: 15,00 €

Recensione a cura di Mario Turco

Una casa editrice appena nata, un giornalista/scrittore/saggista che ha scritto racconti e reportage per Il Fatto Quotidiano e Il Manifesto, un agile noir di 150 pagine, un protagonista con simpatie anarchiche, una trama con al centro azioni terroristiche che si richiamano a quelle dei NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari) ed una dedica a Federico Aldrovandi. Cosa poteva andare storto? Tutto, verrebbe da scrivere se avessimo il gusto facile del paradosso. “Nero ferrarese” di Lorenzo Mazzoni è la prima uscita in libreria della nuova casa editrice Pessime idee, nata a giugno 2020 a Roma dall’iniziativa di Sara del Sordo e Loris Dall’Acqua. Il breve romanzo prosegue le avventure del poliziotto Pietro Malatesta che sin dal cognome mostra la sua iconoclastia all'interno della forze dell'ordine omaggiando Errico Malatesta, il più importante teorizzatore italiano e rivoluzionario dell'anarchia. In più il passato del poliziotto ferrarese non è di certo irreprensibile dato che da giovane è stato un convinto ultrà picchiatore ed ancora adesso si lascia andare a nostalgiche rievocazioni di quegli scontri, risse balorde oscillanti tra stadi e autogrill per epiche gesta come il furto di gagliardetti rivali o indicibili cori.


Il background di Malatesta, che farebbe felice qualunque scuola di scrittura creativa (ed infatti Mazzoni vi insegna) è però fin troppo strabordante ed occupa quasi da solo la narrazione. “Nero ferrarese” è infatti suddiviso in micro-capitoli dal ritmo fin troppo spedito, ingolfato da fatti e descrizioni rapide che non lasciano il segno. La scelta per un thriller di così poche pagine di puntare sull'abusata coralità e tinteggiarla di coloriture weird uccide sul nascere qualunque tipo di suspense. Ogni singolo componente della famiglia Malatesta è raccontato con stile gonzo – Hunter S. Thompson è infatti la prima di una lunga serie di citazioni apposte ad apertura capitolo, tanto per chiarire al lettore da subito il contesto referenziale in cui ci si muove – e servono a Mazzoni per una serie di siparietti allucinati che hanno l'ulteriore demerito di far intravvedere un certo fastidioso moralismo (i fascisti descritti con toni comunistoidi dall'anarchico Malatesta ne sono la summa). All'autore ferrarese non interessa poi così tanto la detection considerata anche la scelta di far risolvere il giallo ad un elemento casuale quasi del tutto estraneo al poliziotto. Non che questo sia necessariamente un difetto, visto il folto numero dei detective “loro malgrado” ma questa direzione stilistica spegne il potenziale incendiario della materia narrata. I due studenti universitari che emulano le gesta dei NAR copiandone perfino le rivendicazioni sono liquidati da subito come folli (il piacere morboso nell'uccidere del più piccolo, la glaciale asocialità del più grande), come a non voler incorrere nel fascino ambiguo che anche i terroristi di destra hanno avuto nella storia patria. E come si potesse insistere maggiormente sul parallelo con le gesta di un'Italia cresciuta nel sangue delle stragi di Stato è dimostrato dall'ossessione del commissario Polano di cercare i colpevoli solo ed esclusivamente negli ambienti delle “zecche comuniste”. 


Qui l'affinità con i veri fatti delle vicende processuali di Piazza Fontana, per decenni deviate dai Servizi Segreti proprio verso il terrorismo rosso, funziona a livello narrativo e contribuisce ad arricchire l'humus della vicenda. Che torna inspiegabilmente ad impoverirsi nel finale quando la strage al centro sociale Dazdramir viene sbrigata in poche pagine e risolta con il già citato intervento casuale della ragazza universitaria che flirta, piuttosto insipidamente, con Malatesta nel corso del romanzo. “Nero ferrarese”, nonostante cerchi di gravitare attorno l'assenza di colori della realtà italiana, non riesce ad astrarsi completamente dai colori primari della finzione letteraria. Ne esce fuori magari un bel quadretto ma siamo ben lontani dalle tenebre del capolavoro.

L'AUTORE
Giornalista de Il Fatto Quotidiano, è nato a Ferrara nel 1974. Ha abitato a Londra, Istanbul, Parigi, Sana’a, Hurghada e ha soggiornato per lunghi periodi in Marocco, Romania, Vietnam e Laos. Scrittore, saggista e reporter ha pubblicato numerosi romanzi, tra cui Apologia di uomini inutili, Quando le chitarre facevano l’amore – con cui ha vinto il Liberi di Scrivere Award – Un tango per Victor, Il muggito di Sarajevo, In un cielo di stelle rotte. Diversi suoi reportage e racconti sono stati pubblicati su Il Manifesto, Il Reportage, East Journal, Scoprire Istanbul, Reporter e Torno Giovedì. È docente di scrittura creativa di Corsi Corsari e consulente per diverse case editrici. Nel 2015 è entrato a far parte di Mille Battute, un contenitore culturale di esperienze umane che promuove workshop di scrittura, reportage e fotografia in giro per il mondo.