Titolo: La villa di Lea
Autore: Susanna Mattiangeli
Editore: Emons
Pagine: 160
Anno di pubblicazione: 2026
Prezzo copertina: 13,50 €
Recensione a cura di Luigi Pizzi
La Villa di Lea di Susanna Mattiangeli, con le illustrazioni di Francesco Chiacchio, è uno di quei romanzi che riescono a essere insieme ironici e inquieti, quotidiani e misteriosi. Inserito nella collana Piazza bella piazza. Storie in giro per l'Italia di Emons, il libro trasforma Roma in un luogo emotivo prima ancora che geografico: una città fatta di cancelli socchiusi, villini liberty, sentieri nascosti, biblioteche, gatti randagi e parchi che sembrano custodire qualcosa di invisibile appena oltre lo sguardo. La storia prende forma attraverso il diario di Tito, tredicenne preciso, intelligente, amante dei libri, della matematica e della cucina. Tito è uno di quei protagonisti che conquistano immediatamente perché non cercano mai di piacere a tutti. Lui stesso riflette continuamente sul modo in cui gli altri lo vedono: strano, diverso, forse persino “genio”, parola che gli pesa addosso quasi quanto il bisogno di sentirsi normale. Attraverso la sua voce, Susanna Mattiangeli costruisce un racconto pieno di osservazioni acute, sarcasmo trattenuto e improvvise fragilità. Accanto a lui c’è Lea, sorella maggiore imprevedibile e magnetica, capace di attirare persone, animali e misteri con la stessa naturalezza. Lea vive nel disordine, parla poco e male, sparisce per ore a Villa Pamphilj insieme ai suoi enigmatici “omisci”, mentre Tito cerca disperatamente di mantenere il controllo sulle cose: sugli orari, sugli oggetti, sui pensieri, perfino sull’alimentazione dei gatti del quartiere. Eppure il cuore del romanzo sta proprio qui, nello scontro continuo tra due fratelli diversissimi che sembrano allenarsi ogni giorno a odiarsi “con cura”, nascondendo però un legame profondo e impossibile da spezzare.
Il romanzo si muove lentamente verso il mistero. Ci sono sparizioni, comportamenti inspiegabili, rifugi segreti, sentieri nascosti dentro Villa Pamphilj, oggetti raccolti nei boschi, cunicoli e catacombe che trasformano Roma in un territorio quasi avventuroso. La tensione cresce senza mai diventare davvero cupa: Mattiangeli preferisce lavorare per accumulo di dettagli stranianti, lasciando che siano le piccole crepe nella normalità a inquietare il lettore. Tito annota tutto sul diario, cercando di mettere ordine nel caos che lo circonda, ma più scrive più sembra avvicinarsi a qualcosa che sfugge alla logica. Uno degli aspetti più riusciti del libro è proprio la voce narrante. Tito osserva il mondo con un’intelligenza particolare, fatta di catalogazioni, parole precise, riflessioni continue e improvvisi slanci emotivi. Vuole capire le persone come se fossero problemi matematici, ma si accorge presto che i sentimenti — soprattutto quelli familiari — non seguono formule. È un personaggio pieno di contraddizioni: rigoroso ma vulnerabile, sarcastico ma tenerissimo, capace di passare dalla rabbia all’affetto nel giro di poche righe. La scrittura di Susanna Mattiangeli è limpida, veloce, attraversata da un’ironia sottile che non diventa mai caricatura. Riesce a raccontare il disagio adolescenziale senza renderlo pesante, lasciando spazio tanto all’avventura quanto all’intimità. Dentro il romanzo convivono il mistero, il diario personale, il racconto familiare e perfino il romanzo urbano, con una Roma domestica e laterale che raramente compare nella narrativa per ragazzi. Villa Pamphilj, il Casino del Bel Respiro, il Villino Corsini e le catacombe di San Pancrazio non fanno soltanto da sfondo: diventano luoghi narrativi vivi, quasi personaggi silenziosi del racconto.
Anche le illustrazioni di Francesco Chiacchio contribuiscono fortemente all’atmosfera del libro. Il tratto essenziale, fatto di figure nere morbide e irregolari, sembra muoversi tra ironia e inquietudine, accompagnando perfettamente il tono della storia. I disegni non spiegano mai troppo: suggeriscono, deformano, amplificano sensazioni e stati d’animo, proprio come accade nelle pagine del diario di Tito. Ma forse l’aspetto più bello di La Villa di Lea è il modo in cui parla dei segreti. Quelli nascosti nei parchi, nelle case, nei passaggi sotterranei, ma soprattutto quelli custoditi dentro le relazioni familiari. Perché il romanzo racconta anche questo: il momento difficile in cui si scopre che amare qualcuno non significa necessariamente comprenderlo fino in fondo. Ne viene fuori una storia piena di energia, mistero e malinconia, capace di far sorridere e inquietare nello stesso momento. Un romanzo che parla di fratelli, di identità, di crescita e di solitudine, ma anche del bisogno ostinato di trovare qualcuno disposto a restare accanto a noi perfino nelle nostre stranezze.
Susanna Mattiangeli, scrittrice e traduttrice, ha pubblicato con molte case editrici italiane ed è tradotta in una ventina di lingue. Nel 2018 è stata finalista al Premio Strega Ragazze e Ragazzi con I numeri felici e ha vinto il Premio Andersen come “Miglior scrittrice”. Nel 2021 è stata nominata Children’s Laureate italiana per il biennio 2022-2024. Tra i suoi libri ricordiamo le graphic novel Tessa presidente, illustrato da Kanjano, Case rosse disegnato da Rita Petruccioli, e la serie di Matita HB, illustrata da Rita Petruccioli.
Autore: Susanna Mattiangeli
Editore: Emons
Pagine: 160
Anno di pubblicazione: 2026
Prezzo copertina: 13,50 €
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La Villa di Lea di Susanna Mattiangeli, con le illustrazioni di Francesco Chiacchio, è uno di quei romanzi che riescono a essere insieme ironici e inquieti, quotidiani e misteriosi. Inserito nella collana Piazza bella piazza. Storie in giro per l'Italia di Emons, il libro trasforma Roma in un luogo emotivo prima ancora che geografico: una città fatta di cancelli socchiusi, villini liberty, sentieri nascosti, biblioteche, gatti randagi e parchi che sembrano custodire qualcosa di invisibile appena oltre lo sguardo. La storia prende forma attraverso il diario di Tito, tredicenne preciso, intelligente, amante dei libri, della matematica e della cucina. Tito è uno di quei protagonisti che conquistano immediatamente perché non cercano mai di piacere a tutti. Lui stesso riflette continuamente sul modo in cui gli altri lo vedono: strano, diverso, forse persino “genio”, parola che gli pesa addosso quasi quanto il bisogno di sentirsi normale. Attraverso la sua voce, Susanna Mattiangeli costruisce un racconto pieno di osservazioni acute, sarcasmo trattenuto e improvvise fragilità. Accanto a lui c’è Lea, sorella maggiore imprevedibile e magnetica, capace di attirare persone, animali e misteri con la stessa naturalezza. Lea vive nel disordine, parla poco e male, sparisce per ore a Villa Pamphilj insieme ai suoi enigmatici “omisci”, mentre Tito cerca disperatamente di mantenere il controllo sulle cose: sugli orari, sugli oggetti, sui pensieri, perfino sull’alimentazione dei gatti del quartiere. Eppure il cuore del romanzo sta proprio qui, nello scontro continuo tra due fratelli diversissimi che sembrano allenarsi ogni giorno a odiarsi “con cura”, nascondendo però un legame profondo e impossibile da spezzare.
Il romanzo si muove lentamente verso il mistero. Ci sono sparizioni, comportamenti inspiegabili, rifugi segreti, sentieri nascosti dentro Villa Pamphilj, oggetti raccolti nei boschi, cunicoli e catacombe che trasformano Roma in un territorio quasi avventuroso. La tensione cresce senza mai diventare davvero cupa: Mattiangeli preferisce lavorare per accumulo di dettagli stranianti, lasciando che siano le piccole crepe nella normalità a inquietare il lettore. Tito annota tutto sul diario, cercando di mettere ordine nel caos che lo circonda, ma più scrive più sembra avvicinarsi a qualcosa che sfugge alla logica. Uno degli aspetti più riusciti del libro è proprio la voce narrante. Tito osserva il mondo con un’intelligenza particolare, fatta di catalogazioni, parole precise, riflessioni continue e improvvisi slanci emotivi. Vuole capire le persone come se fossero problemi matematici, ma si accorge presto che i sentimenti — soprattutto quelli familiari — non seguono formule. È un personaggio pieno di contraddizioni: rigoroso ma vulnerabile, sarcastico ma tenerissimo, capace di passare dalla rabbia all’affetto nel giro di poche righe. La scrittura di Susanna Mattiangeli è limpida, veloce, attraversata da un’ironia sottile che non diventa mai caricatura. Riesce a raccontare il disagio adolescenziale senza renderlo pesante, lasciando spazio tanto all’avventura quanto all’intimità. Dentro il romanzo convivono il mistero, il diario personale, il racconto familiare e perfino il romanzo urbano, con una Roma domestica e laterale che raramente compare nella narrativa per ragazzi. Villa Pamphilj, il Casino del Bel Respiro, il Villino Corsini e le catacombe di San Pancrazio non fanno soltanto da sfondo: diventano luoghi narrativi vivi, quasi personaggi silenziosi del racconto.
Anche le illustrazioni di Francesco Chiacchio contribuiscono fortemente all’atmosfera del libro. Il tratto essenziale, fatto di figure nere morbide e irregolari, sembra muoversi tra ironia e inquietudine, accompagnando perfettamente il tono della storia. I disegni non spiegano mai troppo: suggeriscono, deformano, amplificano sensazioni e stati d’animo, proprio come accade nelle pagine del diario di Tito. Ma forse l’aspetto più bello di La Villa di Lea è il modo in cui parla dei segreti. Quelli nascosti nei parchi, nelle case, nei passaggi sotterranei, ma soprattutto quelli custoditi dentro le relazioni familiari. Perché il romanzo racconta anche questo: il momento difficile in cui si scopre che amare qualcuno non significa necessariamente comprenderlo fino in fondo. Ne viene fuori una storia piena di energia, mistero e malinconia, capace di far sorridere e inquietare nello stesso momento. Un romanzo che parla di fratelli, di identità, di crescita e di solitudine, ma anche del bisogno ostinato di trovare qualcuno disposto a restare accanto a noi perfino nelle nostre stranezze.







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