mercoledì 12 novembre 2014

Recensione: HO LASCIATO ENTRARE LA TEMPESTA di Hannah Kent

Titolo: Ho lasciato entrare la tempesta
Autore: Hannah Kent
Editore: Piemme
Pagine: 350
Anno di pubblicazione: 2014
Prezzo copertina: 18,50 €


Recensione a cura di Marika Bovenzi


Ho lasciato entrare la tempesta è il romanzo d’esordio di Hannah Kent, giovane scrittrice australiana che si è cimentata nel genere storico-fantastico riscuotendo un grandissimo successo. In Italia il libro è stato pubblicato dalla casa editrice Piemme, mentre a livello nazionale è arrivato finalista al Guardian First Book Award. Il romanzo prende spunto da una storia realmente accaduta: il racconto, divenuto quasi leggenda, dell’ultima donna condannata a morte nell’Islanda dell’Ottocento.
 
La protagonista è Agnes Magnusdòttir, che dopo essere stata accusata di stregoneria e omicidio, viene mandata in una piccola fattoria a lavorare fino al giorno dell'esecuzione. A nessuno interessa come sono andati veramente i fatti; tutti la credono malvagia e la evitano. Soltanto tramite l'aiuto di un giovane prete, Toti, si apre e inizia a raccontare la storia della sua vita, partendo dall’infanzia fino ai momenti trascorsi in compagna di Natan, stregone o forse erborista del villaggio, di cui era perdutamente innamorata. È proprio a causa dell’assassinio di quest’ultimo che la vita di Agnes viene ribaltata e infangata. Le ingiurie, le difficoltà e il disprezzo sono gli unici sentimenti che inizialmente suscita nella famiglia di Jon Jonnson, suo carceriere, alle prese con una moglie malata, Margret e due figlie, Steina e Lauga. Durante tutto il soggiorno, Agnes continuerà a raccontare di sé e delle sue peripezie, mettendo a nudo la propria anima, fatta sia di luce che di oscurità.

La storia è ambientata nelle gelide, nebbiose e oscure vallate islandesi dell’Ottocento, quasi a voler rimarcare un tono pesante, tetro e ormai funesto delle sorti della protagonista. Anche se in qualche modo il destino di Agnes si conosce sin dall’inizio, è impossibile non vivere intensamente la storia; sperare, disperarsi, amare e odiare insieme ad una donna la cui unica colpa è stata innamorarsi dell'uomo sbagliato. Man mano che si procede con la storia si prova un senso di ingiustizia, di dolore profondo e di angoscia per qualcosa di immodificabile, per una condanna scorretta, emanata soltanto per castigare l’intelligenza arguta di una donna nata in un’epoca sbagliata.

Per quanto riguarda i protagonisti, sono ben descritti e approfonditi. Il personaggio che spicca maggiormente è quello di Agnes, che svela se stessa attraverso le sue confessioni. Donna dalla vita non facile, ha dovuto affrontare molti ostacoli, tra cui perdite, maltrattamenti e la privazione della libertà, ritrovandosi ancora giovanissima a dover chiudere il cerchio delle sue pene infinite con la morte. Abbiamo poi la famiglia ospitante. Inizialmente diffidente, oserei dire quasi terrorizzata all’idea di dover dare “asilo” ad un’assassina, compirà un percorso evolutivo straordinario. I membri riusciranno a vedere al di là delle dicerie, fatto alquanto singolare in un’epoca di superstizioni, accettando la condannata come parte della famiglia. Alla scrittrice va il merito di essere stata capace di creare una forte empatia tra la protagonista principale e il lettore, che non può di certo non notare il senso di pena e dolore comune provato alla fine del romanzo.

Le tematiche affrontate all’interno dello scritto risultano particolari e hanno un certo peso e spessore a livello storico. Da un lato troviamo la paura dell'uomo di fronte a una donna intelligente, sveglia, che sa andare avanti con le sue forze (un elemento che a mio avviso lega Agnes ad altre donne che in passato sono morte proprio per motivi simili); dall’altro lato, problematiche tipiche di epoche oscure e passate, come l'analfabetismo, l’ignoranza e la superstizione. Dunque, il romanzo mette in luce l’importanza e il valore delle donne, i loro diritti, le loro pene, le angherie e le ingiustizie subite, l’assenza del rispetto e della tutela, ma anche il coraggio, la dignità e la forza di cui erano e sono dotate.

Lo stile è crudo, diretto, lineare e coinvolgente, quasi empatico. La struttura è particolare e ad una narrazione in terza persona se ne alterna una in prima. I discorsi, le descrizioni e i dialoghi sono intervallati dalla presenza di documenti storici, mentre a piè di pagina è possibile trovare delle note esplicative riguardo termini, nomi o comunque fatti realmente esistenti.

Consiglio vivamente questo libro a chi cerca una lettura trascinante, commovente e raffinata.

“Determinata a chiudermi al mondo, a serrare il mio cuore e a tenere stretto quel poco di me che non hanno ancora rubato. Non posso perdere tutta me stessa. Mi aggrapperò a chi sono dentro e stringerò le mani attorno a tutto ciò che ho visto e udito, e provato. Le poesie composte mentre lavavo, falciavo e cucinavo fino a scorticarmi le mani. Le saghe che conosco a memoria. Seppellirò tutto quel che mi rimane per immergermi negli abissi. Se parlerò, saranno solo bolle d'aria. Non riusciranno a carpire le mie parole. Vedranno la sgualdrina, la pazza, l'assassina, la femmina che gronda sangue sull'erba e ride con la bocca piena di terra. Diranno, e vedranno il ragno, la strega rimasta impigliata nella sua stessa ragnatela. Potrebbero vedere l'agnello circondato dai corvi, che bela per invocare la madre perduta. Ma non vedranno me. Perché io non ci sarò.”

L'AUTRICE
Hannah Kent, giovanissima autrice australiana (1985), ha esordito con Ho lasciato entrare la tempesta nel 2013, lasciando stupefatta la critica e incantando il pubblico dei molti paesi in cui il romanzo è stato finora tradotto. L’ispirazione per il romanzo è nata durante un periodo di studio in Islanda, dove per la prima volta ha sentito la storia di Agnes Magnúsdóttir – l’ultima donna a essere stata condannata a morte sull’isola – e se n’è innamorata. Ho lasciato entrare la tempesta ha vinto l’Indie Award, il premio dei librai indipendenti australiani, come miglior debutto dell’anno. Inoltre è stato finalista al Guardian First Book Award e al Baileys Women’s Prize.

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