5 maggio 2021

La recensione di "Listen", di Ana Rocha de Sousa. In arrivo sulla piattaforma streaming MioCinema dal 7 Maggio

Recensione a cura di Mario Turco

Chi è più sordo tra una bambina che ha un handicap acustico sin dalla nascita ed uno Stato che non riesce ad ascoltare le storie dei propri cittadini opponendogli un sistema di regole forse giusto nelle premesse ma chiuso nel suo quotidiano esercizio? Durante la visione di “Listen”, film di Ana Rocha de Sousa in uscita nella piattaforma MioCinema dal 7 Maggio, la domanda ronza (alle orecchie, del cuore ovviamente) con fastidio crescente: l'esigenza morale del Bene verso gli altri può chiudere i propri padiglioni auricolari proprio alle parole di chi si vuol aiutare? Il lungometraggio arriva in streaming dopo aver vinto alla 77esima Mostra del Cinema di Venezia il Leone del futuro e il Premio speciale della giuria nella sezione Orizzonti. L'esordio alla regia dell'attrice portoghese Ana Rocha de Sousa che ha studiato alla London Film School, con questa coproduzione anglo-portoghese di cui cura anche la sceneggiatura insieme a Paula Vaccaro e Aaron Brookner, ha il principale merito di insistere per gran parte della sua durata su questo punto focale con la fideistica adesione ai canoni sociali di tanto free cinema inglese. 


Ma lo fa con un sentimentalismo fin troppo generoso - “Ho sentito la necessità di realizzare Listen non solo come cineasta, ma anche come madre”- ha rivelato la regista alla premiazione di Venezia nella purtroppo frequente confusione tra poetica autoriale e partecipazione spettatoriale – che smorza i toni della denuncia sociale a favore di un dramma individuale. Non che al film si chiedesse d'apparentarsi necessariamente alla famiglia cinematografica Ken Loach, soltanto qualcosa di meno accattivante di un'opera a tesi che affida la propria risoluzione all'empatia dei propri personaggi. In “Listen” infatti, nel corso della vicenda, le iniziali contraddizioni – il rifiuto del figlio Diego di parlare portoghese in casa, i furti al supermercato di Bela, l'accidia di Jota dopo i problemi lavorativi – vengono risolti ben presto senza una spiegazione narrativa lasciando edulcorare il ritratto della famiglia fino ad esiti di artificiosa dolcezza. La cecità dei servizi sociali inglesi che, allertati dalla maestra di Lu, credono che una malattia della pelle della bimba sordomuta sia invece l'indizio di violenze familiari e quindi sottraggono i figli alla coppia portoghese che s'arrabatta in una delle tante periferie povere di Londra, diventa un'ottusità vessatoria da parte delle istituzioni vissute inevitabilmente lontane da parte di un nucleo emigrato mai realmente adattatosi. 


La scelta forse giova al coinvolgimento dello spettatore indicandogli chiaramente per quale personaggio parteggiare ma immerge la storia in un prevedibile percorso a tappe che culmina con l'acclarato discorso di Bela che tocca, molto a sproposito secondo noi, il primato della maternità biologica sull'interesse del bambino. “Listen” è quindi un film prettamente festivaliero che tocca, nei suoi troppo brevi 73 minuti di durata, tangenzialmente alcuni temi interessanti e che ha allo stesso tempo una confezione estetica pregevole. L'opera prima di Ana Rocha de Sousa dialoga in maniera sentita con le poche ambientazioni riuscendo a rendere con la giusta dose di leggerezza il calvario di una delle tante famiglie emigrate in odore di povertà tra una casa dalle stanze disadorne, una scuola avvertita come necessaria ma in cui si rimprovera continuamente il ritardo di un quarto d'ora (viene infatti da chiedersi se questi rimproveri di così effimera importanza vengano rivolte anche alle madri inglesi) e servizi sociali che applicano con uguale severità il paternalismo welfaristico che il capitale ha concesso loro. Ed in un film così piccolo e aggraziato sono anche le interpretazioni di un cast scelto con cura a risaltare: dai bellissimi occhi azzurro-cielo di Lu interpretata dall'attrice realmente priva di udito, Maisie Sly, (per la quale non è difficile ipotizzare una carriera hollywoodiana) fino ali più blasonati Lúcia Moniz e Ruben Garcia. “Listen”, con tutte le limitazioni strutturali che abbiamo riscontrato, merita comunque di essere ascoltato fino in fondo per la sincerità del suo approccio e l'entusiasmo della debuttante di talento che la regia mostra.