Recensione a cura di Mario Turco
Dopo una stagione estiva ricca di proiezioni e presentazioni a festival e rassegne quali Salento International Film festival, Ventotene Film Festival, Lisboa Indie Film Festival, FeelMare, International Cilento Film Festival, Molise Cinema, il lungometraggio sarà infatti proiettato a Roma al Cinema Farnese Arthouse di Campo de’ Fiori. Lunedì’ 12 dicembre alle ore 19:30 saranno presenti la regista ed il regista, mentre la proiezione di martedì 13 dicembre alle ore 21:30, sarà introdotta da Silvia Tarquini, direttrice di Artdigiland, che dialogherà con i due autori. ‘Telling my son’s land’ sarà infine, dal 13 al 19 dicembre, visibile in streaming su MYmovies in occasione della settima edizione dell’Italy on the screen Today NewYork Film&TvSeries Fest. In un Paese come il nostro che ha una cultura informativa addomesticata dalla spettacolarizzazione e dalla velocità di fagocitazione, riflettere sulle vicende di Nancy Porsia, autrice dell’inchiesta "La Mafia ad ovest di Tripoli" che soperchiava la collusione della cosiddetta Guardia Costiera Libica sul traffico di migranti, poteva essere l’esca ideologica per una radiografia, anche superficiale, su uno dei temi esteri con più presa mediatica. Jovine e Mariotti a prima vista marginalizzano questa visione seguendo la giornalista per tre anni, dal 2017 al 2020, ma mettendo per lo più al centro della loro MdP il privato di una ragazza e donna che in quegli anni è costretta a spostarsi dal fronte di guerra libico alla natia Matera. Un po’ perché cronologicamente il girato risale a prima che venisse alla luce lo scandalo delle intercettazioni fatte dalla Procura di Trapani ai danni di Porsia e dei suoi informatori, un po’ per una precisa scelta registica francamente discutibile (un cappello introduttivo in questo secondo giro di presentazioni sarebbe così impensabile?) “Telling my son’s land” rimane però un po’ sospeso sul contesto socio-politco perdendosi per strada qualche coordinata.
Ecco allora che gli accenni al ruolo di Al Bija, poliziotto-trafficante seduto ai tavoli istituzionali con i rappresentati italiani nonostante i tanti crimini commessi, non danno contezza delle rivelazioni che fu proprio Porsia a dare al settimanale L’espresso. Da questo punto di vista resta inevasa anche una panoramica sul ruolo degli inviati di guerra che da anni agiscono esclusivamente come freelancer con tutti i rischi che una tale scelta comporta: minore protezione, minor potere di contrattualizzazione con le testate, isolamento giuridico come proprio nel caso della giornalista matese che ha dovuto fare molta passerella in programmi come Propaganda Live per far conoscere la sua vicenda. Concentrandosi sulla maternità che ha costretto inevitabilmente Porsia a ridefinire obiettivi e limiti del suo pericoloso mestiere, “Telling my son’s land” rinuncia fortunatamente alle facili didascalie emotive privilegiando i discorsi sul ritorno nella propria terra, la necessità dell’approfondimento personale e generale e l’attenzione alle storie di persone travolte da guerre che non hanno scelto. In questo senso, ad esempio, la differenziazione tra trafficanti e “passatori” - come li definisce la stessa Porsia – è illuminante: la migrazione è criminale solo quando è imposta in maniera coatta da prezzolati delinquenti e non quando è aiutata da chi vuol dare un futuro ai suoi compagni continentali.

