La recensione di "From my house in da house - History of Rome", di Giovanni La Gorga e Alessio Borgonuovo disponibile su Prime Video
Recensione a cura di Mario Turco
“From my house in da house – A history of Rome”, di Giovanni La Gorga e Alessio Borgonuovo dopo la vittoria al RIFF 2021 è diventato da una settimana visibile su Prime Video ottenendo una vita mediatica che va ben al di là di ciò che purtroppo l’industria riserva a documentari del genere. Ma se la piattaforma streaming di Bezos ha la necessità commerciale di accontentare tutte le nicchie di mercato esistenti ed aggiornare sempre il suo catalogo, è un po’ difficile per chi non appartiene al ristrettissimo pubblico di riferimento appassionarsi ad un prodotto che geograficamente non esce da alcune strade del centro di Roma – in particolare il Parione, il sesto municipio che si sviluppa attorno Piazza Navona e Campo de’ Fiori – e musicalmente si rinchiude nella scena disco e dei club di fine anni 90. “From my house in da house – A history of Rome” vuole infatti raccontare con leggerezza la storia dell’ultimo fermento culturale della Capitale, quando sul finire del Novecento essa sapeva ancora essere il crocevia di vari fermenti artistici, sperimentazioni ed incontri di persone straordinarie. Percorrendo il tessuto urbano della Città Eterna sia fisicamente che mnemonicamente, il lungometraggio dei due registi documenta la sua caduta di schianto alla gentrificazione ed al turismo massificante. Gli strali contro la movida compiuti da DJ Giovannino che, non ce ne voglia, ha tra i propri habitué anche e soprattutto questi consumatori zombificati, vengono infatti accompagnati dalle dichiarazioni dei protagonisti di quegli “anni ruggenti”.
Dal compianto DJ Cocculuto all’attore Marco Giallini (che un paio di risate in un contesto così informale le strappa anche quando non parla), da Asia Argento ai vari gestori di club del centro (la parte francamente più tirata via e la cui velocità d’esecuzione lambisce la marchetta), dalle testimonianze fotografiche di Rino Barillari, il re dei paparazzi, alle riflessioni dello scrittore Aurelio Picca, il consenso verso la “diminuzione” di senso culturale della città è unanime. Nonostante le tante ed autorevoli voci che i due registi interrogano, il montaggio e il rivendicato approccio personalistico delle risposte raccolte dall’onnipresente La Gorga rendono questi lacerti alla stregua di chiacchiere da bar, seppur storici come il Caffè della Pace continuamente evocato. Come per le tirate fino alle sei del mattino negli scalcagnati ma suggestivi club del centro storico, le dichiarazioni di “From my house in da house” comprendono alcune buone intuizioni ma altrettanti se non più numerosi luoghi comuni, come i turisti che se ne vanno credendo che la carbonara si fa con la panna o il romanesco che dovrebbe rendere veraci alcuni improponibili approssimazioni. Ma a nostro avviso, la parte più antipatica di un progetto a forte rischio giovanilismo-tardone è la sua componente auto-promozionale. DJ Giovannino che sponsorizza la sua iniziativa di mettere musica dalla finestra di casa sua compiacendosi dell’analogia coi Beatles (ma anche no, basta cercare qualche foto su Internet per vedere la differenza, NdA) e chiudendo col fotogenico figlioletto rintrona lo spettatore più della continua musica dance che accompagna il lungometraggio.

