La recensione dello spettacolo "Così è (se vi pare)", di Luigi Pirandello per la regia di Geppy Gleijeses, andato in scena al Teatro Quirino dall'11 al 23 aprile
Recensione a cura di Mario Turco
Durante i primi venti minuti dell’opera – pur con un inconveniente tecnico, almeno nella serata in cui l’abbiamo visto, che sfalsava l’audio dall’immagine dando un ritardo tra prima e seconda abbastanza disagevole per la visione – i personaggi della commedia si presentano agli spettatori in ologrammi di 50/60 centimetri creati dal video-artist Michelangelo Bastiani. La scena è insomma occupata da questa versione ridotta e tridimensionale dei suoi protagonisti che rimangono fissi sulle proprie posizioni a ciarlare impunemente della situazione familiare del nuovo arrivato, il funzionario statale conosciuto solo come il signor Ponza, di sua moglie e della suocera, la signora Frola. Come a volerli cristallizzare dentro il chiacchiericcio provinciale e borghese in cui è facile immaginarli anche fuori gli eventi raccontati dalla pièce, Così e (se vi pare) mostra da subito i caratteri burleschi dei convitati di casa Agazzi, la cui immobilità scenica viene infatti rotta solo dall’arrivo della signora Frola, interpretata dalla splendida ottantottenne Milena Vukotic. È l’ingresso della dolente signora che rompe la fittizia messa in scena e porta i personaggi ad uscire dai loro involucri di vetro per diventare (purtroppo) pettegoli in carne e ossa, incredibilmente ostinati nella ricerca di una verità dolorosissima per l’anziana donna e il suo giustamente collerico genero. Qui la regia di Gleijeses con molta oculatezza torna a mettersi al servizio del pregno testo lasciando che l’atto unico asciughi appena qualche evento collaterale e qualche dettaglio della versione originale ma lasciando invariata la singolare commistione tra il dramma della famiglia Frola/Ponza e la perfetta presentazione del pensiero dell’autore agrigentino sull’incertezza epistemologica della verità. Su quest’ultimo punto fondamentale è la presenza dell’alter-ego pirandelliano forse più sfacciato di tutta la sua produzione, ovvero Lamberto Laudisi che qui è interpretato in maniera sorniona da Pino Micol, altro grande vecchio del teatro italiano alle prese con una performance magistrale. E da questo punto allora non bisogna dimenticare neanche Gianluca Ferrato, mimetico e straziante nei panni del riottoso signor Ponza, piccolo uomo che vive sulla sua pelle la schizofrenia di un dolore troppo grande da raccontare alla congrega prefettizia che pur di ficcanasare nella sua condotta di vita scandalosa – due case per i membri di una stessa famiglia, alla fine l’oltraggio al pudore nasce da qui – va a riesumare le carte inerenti il terremoto della Marsica. Il Così e (se vi pare) sconta forse la prevedibilità della scenografia di Roberto Crea – gli specchi non rompono mai la fin troppo asciutta monotonia d’interni del salotto in cui è ambientata quasi tutta la vicenda – ed il poco risalto alle belle musiche di Teho Teardo che salgono soltanto nel finale, quando appaiono diverse versioni della Verità. La sua ulteriore scomposizione fantasmatica dà, con una grande ultima trovata, risalto ancora maggiore al celeberrimo auto-ritratto che essa fornisce di sé stessa: “Io sono colui che mi si crede”. Perfino un rivolo di Verità è solo momentanea e personale credenza: Luigi Pirandello.
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