Recensione: I bambini e la musica. Crescere con i suoni, di Alessandro Mazzetta, Giulia Spurio e Tullio Visioli
Titolo: I bambini e la musica. Crescere con i suoni
Autore: Alessandro Mazzetta, Giulia Spurio e Tullio Visioli
Editore: L'asino d'oro
Pagine: 176
Anno di pubblicazione: 2025
Prezzo copertina: 15,00 €
Recensione a cura di Luigi Pizzi
I bambini e la musica. Crescere con i suoni, scritto da Alessandro Mazzetta, Giulia Spurio e Tullio Visioli, è un saggio appassionato che restituisce alla musica il posto che le spetta nella crescita dell’essere umano. Non un semplice passatempo né una disciplina riservata a chi dimostra subito un talento particolare, ma un linguaggio originario, presente nella vita del bambino prima ancora della parola. Incrociando neuroscienze, psicologia dello sviluppo e pedagogia, gli autori mostrano quanto il rapporto con i suoni contribuisca alla costruzione dell’identità, delle emozioni e delle relazioni. Il volume si apre con una domanda solo apparentemente semplice: quando comincia il nostro incontro con la musica? La risposta conduce nel grembo materno, dove il feto è già immerso in un universo sonoro fatto di battito cardiaco, respirazione, voce della madre e rumori esterni. La nascita, quindi, non inaugura l’esperienza musicale: la trasforma. Il neonato porta con sé una sensibilità già attiva, che gli permette di distinguere voci, ritmi e intonazioni. Particolarmente interessante è l’attenzione riservata alla voce. Prima di comprendere le parole, il bambino ne percepisce la melodia, il ritmo, l’intensità e la temperatura emotiva. Una frase può rassicurare o inquietare non tanto per ciò che significa, quanto per il modo in cui viene pronunciata. Anche la lallazione diventa un’esplorazione sonora con cui il bambino sperimenta la propria voce e impara a entrare in relazione. In questo quadro acquistano valore le ninne nanne, il baby talk, le filastrocche e le cantilene. Non sono abitudini prive di significato, ma forme antichissime di comunicazione e di cura. Il genitore che canta non trasmette soltanto una melodia: contiene l’ansia, crea continuità e fa sentire al bambino che qualcuno è presente. Anche quando la voce non è perfettamente intonata, resta riconoscibile e affettivamente unica.
Uno dei nuclei centrali del saggio riguarda la musicalità naturale. Gli autori contestano la divisione rigida tra bambini “portati” e bambini “negati”, così come l’uso sbrigativo dell’etichetta di “stonato”. Prima di giudicare una voce, bisognerebbe considerare lo sviluppo dell’apparato fonatorio, l’esperienza di ascolto, la consapevolezza corporea e le occasioni offerte dall’ambiente. Molte difficoltà non derivano da un’assenza di musicalità, ma da valutazioni premature che finiscono per allontanare il bambino dalla musica. La competenza musicale, infatti, esiste spesso prima di essere riconosciuta. Il bambino sa percepire regolarità, riprodurre sequenze, inventare melodie e adattare le parole a un ritmo senza possedere conoscenze teoriche. Gli autori parlano di una competenza inconsapevole, simile a quella con cui si impara la lingua materna: prima si ascolta, si imita, si gioca e si comunica; solo in seguito arrivano le note e le regole della scrittura. Il libro non svaluta lo studio, ma ne ripensa l’ordine. La tecnica è necessaria quando amplia le possibilità espressive; diventa sterile quando precede ogni esperienza e spegne la curiosità. Per questo vengono valorizzati l’improvvisazione, il movimento, l’ascolto, l’uso della voce e gli strumenti semplici. La musica si comprende facendola, prima ancora che spiegandola. Tra le pagine più riuscite ci sono quelle dedicate alla coralità. Cantare insieme significa ascoltare la propria voce senza perdere quella degli altri, trovare un equilibrio tra individualità e appartenenza e accettare che il risultato dipenda dal contributo di tutti. Il coro diventa così uno spazio educativo e sociale, non una semplice preparazione allo spettacolo finale. Il titolo dell’ultimo capitolo, Alla ricerca di Cenerentola, contiene la tesi più apertamente politica del volume. La musica è la Cenerentola del sistema educativo italiano: possiede un patrimonio immenso, ma viene spesso trattata come ornamento o affidata a iniziative occasionali. Da qui nasce una proposta ambiziosa: un coro e un’orchestra in ogni scuola, non per formare professionisti, ma per garantire a tutti la possibilità di fare musica insieme. Le interviste a Paolo Fresu, Alessandro Mannarino e Tosca aggiungono calore alla parte teorica e confermano che la formazione musicale può nascere nelle canzoni ascoltate in casa, in una banda di paese o nell’incontro con un buon insegnante. I bambini e la musica è dunque un libro che parla di suoni, ma soprattutto di libertà: libertà di cantare senza vergogna, di sperimentare senza paura di sbagliare, di scoprire un linguaggio prima che qualcuno decida chi sia o non sia portato. Un saggio prezioso per genitori, insegnanti, educatori e musicisti, capace di ricordarci che ogni bambino possiede una voce e che il nostro compito non è giudicarla troppo presto, ma aiutarla a trovare il proprio suono.
Autore: Alessandro Mazzetta, Giulia Spurio e Tullio Visioli
Editore: L'asino d'oro
Pagine: 176
Anno di pubblicazione: 2025
Prezzo copertina: 15,00 €
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I bambini e la musica. Crescere con i suoni, scritto da Alessandro Mazzetta, Giulia Spurio e Tullio Visioli, è un saggio appassionato che restituisce alla musica il posto che le spetta nella crescita dell’essere umano. Non un semplice passatempo né una disciplina riservata a chi dimostra subito un talento particolare, ma un linguaggio originario, presente nella vita del bambino prima ancora della parola. Incrociando neuroscienze, psicologia dello sviluppo e pedagogia, gli autori mostrano quanto il rapporto con i suoni contribuisca alla costruzione dell’identità, delle emozioni e delle relazioni. Il volume si apre con una domanda solo apparentemente semplice: quando comincia il nostro incontro con la musica? La risposta conduce nel grembo materno, dove il feto è già immerso in un universo sonoro fatto di battito cardiaco, respirazione, voce della madre e rumori esterni. La nascita, quindi, non inaugura l’esperienza musicale: la trasforma. Il neonato porta con sé una sensibilità già attiva, che gli permette di distinguere voci, ritmi e intonazioni. Particolarmente interessante è l’attenzione riservata alla voce. Prima di comprendere le parole, il bambino ne percepisce la melodia, il ritmo, l’intensità e la temperatura emotiva. Una frase può rassicurare o inquietare non tanto per ciò che significa, quanto per il modo in cui viene pronunciata. Anche la lallazione diventa un’esplorazione sonora con cui il bambino sperimenta la propria voce e impara a entrare in relazione. In questo quadro acquistano valore le ninne nanne, il baby talk, le filastrocche e le cantilene. Non sono abitudini prive di significato, ma forme antichissime di comunicazione e di cura. Il genitore che canta non trasmette soltanto una melodia: contiene l’ansia, crea continuità e fa sentire al bambino che qualcuno è presente. Anche quando la voce non è perfettamente intonata, resta riconoscibile e affettivamente unica.
Uno dei nuclei centrali del saggio riguarda la musicalità naturale. Gli autori contestano la divisione rigida tra bambini “portati” e bambini “negati”, così come l’uso sbrigativo dell’etichetta di “stonato”. Prima di giudicare una voce, bisognerebbe considerare lo sviluppo dell’apparato fonatorio, l’esperienza di ascolto, la consapevolezza corporea e le occasioni offerte dall’ambiente. Molte difficoltà non derivano da un’assenza di musicalità, ma da valutazioni premature che finiscono per allontanare il bambino dalla musica. La competenza musicale, infatti, esiste spesso prima di essere riconosciuta. Il bambino sa percepire regolarità, riprodurre sequenze, inventare melodie e adattare le parole a un ritmo senza possedere conoscenze teoriche. Gli autori parlano di una competenza inconsapevole, simile a quella con cui si impara la lingua materna: prima si ascolta, si imita, si gioca e si comunica; solo in seguito arrivano le note e le regole della scrittura. Il libro non svaluta lo studio, ma ne ripensa l’ordine. La tecnica è necessaria quando amplia le possibilità espressive; diventa sterile quando precede ogni esperienza e spegne la curiosità. Per questo vengono valorizzati l’improvvisazione, il movimento, l’ascolto, l’uso della voce e gli strumenti semplici. La musica si comprende facendola, prima ancora che spiegandola. Tra le pagine più riuscite ci sono quelle dedicate alla coralità. Cantare insieme significa ascoltare la propria voce senza perdere quella degli altri, trovare un equilibrio tra individualità e appartenenza e accettare che il risultato dipenda dal contributo di tutti. Il coro diventa così uno spazio educativo e sociale, non una semplice preparazione allo spettacolo finale. Il titolo dell’ultimo capitolo, Alla ricerca di Cenerentola, contiene la tesi più apertamente politica del volume. La musica è la Cenerentola del sistema educativo italiano: possiede un patrimonio immenso, ma viene spesso trattata come ornamento o affidata a iniziative occasionali. Da qui nasce una proposta ambiziosa: un coro e un’orchestra in ogni scuola, non per formare professionisti, ma per garantire a tutti la possibilità di fare musica insieme. Le interviste a Paolo Fresu, Alessandro Mannarino e Tosca aggiungono calore alla parte teorica e confermano che la formazione musicale può nascere nelle canzoni ascoltate in casa, in una banda di paese o nell’incontro con un buon insegnante. I bambini e la musica è dunque un libro che parla di suoni, ma soprattutto di libertà: libertà di cantare senza vergogna, di sperimentare senza paura di sbagliare, di scoprire un linguaggio prima che qualcuno decida chi sia o non sia portato. Un saggio prezioso per genitori, insegnanti, educatori e musicisti, capace di ricordarci che ogni bambino possiede una voce e che il nostro compito non è giudicarla troppo presto, ma aiutarla a trovare il proprio suono.

