Recensione: La storia di Almanzo. La casa nella prateria, di Laura Ingalls Wilder

Titolo
: La storia di Almanzo. La casa nella prateria
Autore: Laura Ingalls Wilder
Editore: Gallucci
Pagine: 228
Anno di pubblicazione: 2021
Prezzo copertina: 13,50 €

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Recensione a cura di Luigi Pizzi

La storia di Almanzo di Laura Ingalls Wilder è il volume più particolare della saga de La casa nella prateria, perché per una volta Laura esce completamente di scena e il racconto torna indietro nel tempo per seguire l’infanzia di Almanzo Wilder, il ragazzo che molti anni dopo entrerà nella sua vita. Cambiano il protagonista, il paesaggio e perfino il tipo di quotidianità: non siamo più nelle grandi distese dell’Ovest, ma nello Stato di New York, in una fattoria già ben organizzata, circondata da campi, boschi, stalle e animali. Eppure lo spirito della serie rimane intatto. Anche qui crescere significa imparare facendo, conquistare lentamente la fiducia degli adulti e capire quanto lavoro si nasconda dietro ogni cosa che sembra semplicemente “esserci”. Almanzo ha nove anni e vive con Papà, Mamma, il fratello Royal e le sorelle Eliza Jane e Alice. È il più piccolo dei maschi e questa posizione gli pesa parecchio, perché vorrebbe essere considerato abbastanza grande per partecipare ai lavori importanti della fattoria. Il suo desiderio più forte riguarda però i cavalli. Li osserva, li conosce, li ammira e vorrebbe poter lavorare con loro come fanno gli adulti, ma Papà è convinto che prima debba imparare responsabilità, pazienza e autocontrollo. Il rapporto tra i due diventa così uno dei fili più belli del romanzo: il padre parla poco, non distribuisce complimenti facilmente e lascia che siano soprattutto il lavoro e le conseguenze delle azioni a insegnare qualcosa al figlio.

Immagine generata con l'IA

La famiglia Wilder è molto diversa dagli Ingalls che abbiamo conosciuto negli altri libri. La loro fattoria è grande e produttiva, le dispense sono piene, i pasti abbondanti e il lavoro coinvolge tutti. Royal, Eliza Jane e Alice hanno compiti precisi e Almanzo cerca continuamente di dimostrare di essere ormai abbastanza grande per fare la sua parte. Mamma è una figura energica e instancabile, capace di cucinare, tessere, cucire, preparare conserve e governare una casa che sembra non fermarsi mai; Papà, invece, dirige l’attività agricola con una competenza che il figlio osserva con autentica ammirazione. La storia segue ancora una volta il ritmo dell’anno. Ci sono la scuola e gli inverni rigidissimi, il lavoro nelle stalle, la raccolta del ghiaccio, la primavera nei campi, la semina, la tosatura delle pecore, la mietitura e le feste. Ma più che gli avvenimenti in sé conta il modo in cui Almanzo li vive. Ogni attività contiene una prova: imparare a governare gli animali, eseguire bene un incarico, non sprecare ciò che la famiglia produce, resistere alla tentazione di comportarsi in modo avventato. Wilder riesce così a trasformare la vita agricola in una forma continua di apprendistato. Anche la scuola occupa uno spazio importante, ma non viene idealizzata. È un ambiente severo, con regole rigide e un maestro che deve farsi rispettare da ragazzi spesso più grandi e fisicamente più forti di lui. Almanzo, che preferirebbe quasi sempre trovarsi nella stalla o nei campi, vive le lezioni come una parte necessaria della giornata, non certo come il centro della propria esistenza. Ed è proprio qui che emerge uno dei temi fondamentali del libro: non esiste un solo modo di imparare. Ci sono le conoscenze dei libri, ma ci sono anche quelle che si acquistano osservando un animale, seminando un campo, riparando un attrezzo o ascoltando chi possiede più esperienza. Particolarmente riuscite sono le pagine dedicate ai lavori della fattoria. Wilder racconta con una precisione quasi minuziosa come si raccoglie il ghiaccio per conservarlo fino all’estate, come si prepara lo zucchero d’acero, come si falcia, si raccoglie il grano, si lavora la lana o si costruisce una slitta. In altri libri una tale quantità di particolari potrebbe rallentare il racconto; qui, invece, diventa parte del fascino. Guardiamo tutto attraverso Almanzo, e per lui riuscire finalmente a compiere un lavoro da “grande” può essere emozionante quanto un’avventura. E poi c’è il cibo, presenza quasi irresistibile in tutto il romanzo. Colazioni enormi, torte, biscotti, carne, patate, pane, conserve, dolci e pranzi delle feste vengono descritti con tale abbondanza da diventare quasi un personaggio. Ma non è semplice golosità: in quel mondo mangiare bene significa raccogliere il risultato di mesi di lavoro. Nulla compare magicamente sulla tavola, e Almanzo sa esattamente da dove arriva quasi ogni ingrediente. Nel corso dell’anno il protagonista incontra anche un mondo più ampio della fattoria: la fiera della contea, i commercianti, la città, il denaro e persino la possibilità di immaginare un futuro diverso. Ma ciò che lo attira continua a essere la terra. Il contrasto fra il lavoro agricolo e altre strade possibili attraversa discretamente il romanzo senza trasformarsi in una lezione: Almanzo deve soprattutto capire che cosa desidera davvero e se è disposto ad assumersi la fatica che quel desiderio comporta.


La storia di Almanzo è quindi un bellissimo romanzo sull’infanzia e sulla conquista dell’autonomia. Rispetto agli altri volumi della saga è meno segnato dalla precarietà e dal continuo bisogno di ricominciare, ma non per questo racconta una vita facile. Qui la sfida non è sopravvivere alla frontiera: è diventare abbastanza affidabili da meritare fiducia. E attraverso Almanzo, i suoi cavalli e quella fattoria governata dal ritmo delle stagioni, Laura Ingalls Wilder racconta ancora una volta quanto crescere significhi soprattutto imparare a fare bene le cose, un giorno dopo l’altro.

Laura Elizabeth Ingalls Wilder (Pepin, 1867 – Mansfield, 1957) aveva appena quattro anni quando suo padre decise di lasciare il Wisconsin per cominciare una nuova vita nei territori messi a disposizione dei coloni dal governo americano. Fu solo il primo dei numerosi spostamenti che la famiglia dovette affrontare in quegli anni. Studentessa brillante, nonostante i lunghi soggiorni in zone isolate e prive di scuole, Laura riuscì a coronare il sogno di dedicarsi all’insegnamento. Dalle sue memorie sviluppò la saga letteraria Little House, che ebbe un grandissimo successo. A partire da questo volume, il terzo dei nove scritti dalla Ingalls, prese avvio l’omonima serie televisiva, che in Italia andò in onda dal 1977 e fu amatissima, come ovunque nel mondo.

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