Recensione: Psicologia per le arti performative, di Chiara Carlotta Leonetti

Titolo
: Psicologia per le arti performative
Autore: Chiara Carlotta Leonetti
Editore: Carocci
Pagine: 206
Anno di pubblicazione: 2026
Prezzo copertina: 22,00 €

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Recensione a cura di Luigi Pizzi

Psicologia per le arti performative di Chiara Carlotta Leonetti è un saggio denso e necessario, che affronta il mondo dello spettacolo da una prospettiva ancora troppo poco esplorata: quella della salute psicologica di chi sale su un palco, entra in un personaggio, espone il proprio corpo allo sguardo degli altri e costruisce una professione in un ambiente nel quale creatività, precarietà, giudizio e bisogno di riconoscimento finiscono inevitabilmente per intrecciarsi. Attraverso psicologia, neuroscienze e studi sulla performance, Leonetti prova soprattutto a smontare un'idea ancora molto radicata: che la sofferenza sia quasi il prezzo naturale da pagare per essere artisti, o addirittura una condizione necessaria alla creazione. Il libro parte proprio da qui, interrogandosi sul disagio psicologico nelle arti performative e sulle condizioni che possono renderlo più frequente. Attori, musicisti, cantanti e danzatori lavorano in contesti particolari: contratti instabili, forte competizione, audizioni, rifiuti, esposizione continua al giudizio e una sovrapposizione non sempre facile da gestire tra ciò che si è e ciò che si fa. Quando il corpo, la voce e le emozioni diventano contemporaneamente strumenti di lavoro e parti profondissime dell'identità personale, separare il fallimento professionale dal proprio valore come persona può diventare molto difficile. Leonetti insiste però su un punto importante: non è l'arte in sé a produrre necessariamente sofferenza. È piuttosto il modo in cui vengono organizzati il lavoro, la formazione, le relazioni e le aspettative a creare condizioni più o meno favorevoli al benessere.


Da questa prima parte il volume si sposta progressivamente dentro il corpo e il cervello dell'interprete. Il capitolo dedicato alle neuroscienze dell'azione performativa mostra quanto una performance non sia mai soltanto esecuzione tecnica: movimento, intenzione, percezione, emozione e relazione con gli altri attivano sistemi strettamente collegati. Ancora più interessante è il discorso sulla presenza scenica. Quella qualità quasi indefinibile per cui un attore o un danzatore sembra improvvisamente attirare lo sguardo di tutti viene sottratta a una dimensione puramente misteriosa e letta attraverso attenzione, interocezione, plasticità cerebrale e capacità di adattarsi a ciò che accade nel momento presente. Molto riuscita è la parte dedicata al corpo dell'interprete, che non viene considerato semplicemente uno strumento da allenare. Il corpo conserva memoria, incorpora anni di tecnica, cambia con l'età, attraversa infortuni e trasformazioni e partecipa direttamente alla costruzione dell'identità artistica. Il caso della danzatrice Wendy Whelan diventa particolarmente significativo proprio perché permette di ragionare su cosa accade quando un corpo educato per decenni a rispondere secondo determinati schemi deve improvvisamente reinventarsi. Da qui il discorso si allarga alla memoria corporea, alle transizioni di carriera e alla necessità di costruire un'identità che non coincida completamente con la prestazione. Leonetti affronta poi uno dei territori più delicati: l'uso delle emozioni. Per un interprete entrare in contatto con esperienze dolorose può essere artisticamente potente, ma la ricerca dell'“autenticità” non può giustificare qualsiasi pratica. Il libro insiste sulla necessità di distinguere il coinvolgimento emotivo dall'esposizione incontrollata, soprattutto quando il lavoro tocca ricordi traumatici. Da Gena Rowlands alle riflessioni sul metodo attoriale, emerge progressivamente una domanda molto concreta: fino a che punto è lecito chiedere a un artista di soffrire davvero per ottenere una performance convincente? La risposta del volume non demonizza le tecniche immersive, ma richiama continuamente alla sicurezza psicologica, alla possibilità di entrare e soprattutto di uscire dal ruolo. 

Immagine generata con l'IA

Il saggio si apre poi al mondo contemporaneo. La trasformazione dallo star system al “sé connesso” porta gli artisti a confrontarsi con social media, costruzione dell'immagine pubblica, narcisismo, confronto continuo e necessità di essere visibili anche quando non stanno lavorando. Allo stesso tempo, Leonetti guarda alla dimensione collettiva della creazione: una compagnia teatrale, un'orchestra o un gruppo di danza non sono semplicemente somme di individui, ma sistemi di relazioni nei quali appartenenza, fiducia, conflitto e leadership possono sostenere oppure compromettere il lavoro. Particolarmente interessante è il passaggio dedicato all'autorità: registi e direttori hanno inevitabilmente potere, ma l'autorità artistica non dovrebbe trasformarsi in arbitrio o abuso. Nella parte finale il libro diventa ancora più operativo. Il ruolo dello psicologo nello spettacolo viene definito non soltanto in termini clinici, ma anche di prevenzione, tutela, consulenza e costruzione di ambienti professionali più sani. Le schede disseminate nel volume, dedicate per esempio alla stabilità attentiva o alla regolazione dell'ansia nel lavoro scenico, aiutano a trasformare la teoria in strumenti concretamente utilizzabili. L'ultimo capitolo affronta infine psicoterapia e interventi psicologici specifici per gli artisti, senza proporre formule universali e mantenendo al centro la persona prima ancora del performer. Psicologia per le arti performative è quindi un saggio ricco, documentato e a tratti impegnativo, più vicino a un vero manuale di studio che a una lettura divulgativa leggera. Ed è proprio questa profondità a renderlo interessante. Leonetti non cerca di spiegare il talento né di ridurre l'arte a circuiti cerebrali e diagnosi psicologiche: prova piuttosto a comprendere cosa accade alla persona che quel talento deve sostenerlo giorno dopo giorno. Un libro che invita a guardare oltre il palcoscenico e a ricordare una cosa apparentemente ovvia, ma non sempre rispettata: dietro ogni performance c'è prima di tutto un essere umano.

Chiara Carlotta Leonetti è psicologa, psicoterapeuta e terapeuta EMDR. Ex danzatrice e attrice professionista, si occupa di salute mentale nelle arti performative e affianca interpreti professionisti nella costruzione di ruoli cinematografici e teatrali, tramite un approccio fondato sul lavoro con l’inconscio e sulla psicoterapia ipnotica. Realizza, inoltre, interventi di sostegno psicologico e consulenze per produzioni di cinema, teatro e televisione ed è relatrice in contesti internazionali dedicati al benessere degli artisti.

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