Recensione: 2084. LA FINE DEL MONDO di Boualem Sansal

Titolo: 2084. La fine del mondo
Autore:
Boualem Sansal
Editore: Neri Pozza
Pagine: 256
Anno di pubblicazione: 2016

Prezzo copertina: 17,00 €


Recensione a cura di Eleonora Cocola

2084, data storica, stampata su qualsiasi cartello e nel cervello di tutti gli abitanti del regno dell’Abistan. Eppure nessuno sa con esattezza che cosa sia successo nel 2084: secondo alcuni è l’inizio o la fine della Grande Guerra contro il Nemico ormai scomparso, secondo altri l’anno di nascita di Abi, profeta in terra del grande Yölah, oppure data in cui fu illuminato della luce divina. Nel futuro immaginato da Sansal qualcuno ha vinto una Grande Guerra Santa (Shar), e il mondo è governato da un totalirismo religioso di ispirazione chiaramente
islamica.

In Abistan, regno di Yölah e del suo rappresentante in terra Abi, non c’è spazio per la storia, il passato non esiste, dubbi e domande sono severamente vietate; la disobbedienza è punita - nel meno grave dei casi con la frusta, per il resto con esecuzioni pubbliche. Il linguaggio complesso porta a sviluppare pensieri complessi, il pensiero porta al dubbio e il dubbio alla ribellione; ecco perché l’Abilang, l’idioma che ha soppiantato tutti gli altri, è fatto di parole brevi, onomatopeiche, poco incisive e svuotate di significato. Coerentemente, l’istruzione è praticamente inesistente. Il popolo si crogiola in una sottomissione docile – finché un sistema funziona e fa vivere bene i suoi sudditi, dando loro l’illusione della protezione, perché ribellarsi? Da qualche parte però si accende qualche sporadico barlume di consapevolezza, c’è chi nel dormiveglia mastica parole come “libertà”. Succede ad Ati, il protagonista di 2084, che decide di uscire dal mondo chiuso dell’Abistan e cercare i Makuf, i propagandisti della “Grande Miscredenza”.

C’era una volta George Orwell; c’erano i conflitti mondiali, i regimi totalitari, reinterpretati, estremizzati e romanzati in quel capolavoro che è 1984. Molto più vicini a noi, così vicini da non poterli ignorare, ci sono la lotta dell’Isis, gli attentati di Parigi, «un nemico invisibile o che vedi ovunque senza mai vederlo davvero». E c’è Boualem Sansal, scrittore franco-algerino, premio nobel per la letteratura nel 2014, che prende la materia del presente e la plasma sullo stampo orwelliano; ci aggiunge una profezia apocalittica, sottotitolando il suo romanzo La fine del mondo, e il gioco è fatto: totalitarismo religioso con profezia distopica, il coronamento letterario delle peggiori paure dell’Europa di fronte alla minaccia del terrorismo.

Mettersi nel calco dei mostri sacri della letteratura non è mai un’operazione semplice e priva di rischi; farlo dichiaratamente come Sansal è una mossa da maestro, che paradossalmente fa passare subito la voglia di fare confronti inopportuni. Mica per niente Michel Houllebecq ha definito questo romanzo peggiore del suo Sottomissione – e non intendeva peggiore nel senso di più brutto o scritto peggio: peggiore è l’inquietudine che provoca perché così vicina al nostro mondo, alle nostre paure, che prendono vita nei paragrafi brevi che scandiscono le vicende di Ati. Ma a contribuire è anche lo stile: lento, solenne e ripetitivo – a tratti in maniera ossessiva come una preghiera, infarcito di dichiarazioni di tono apocalittico e di descrizioni precise e distaccate della realtà immaginata dall’autore. Tra le pagine del romanzo di Sansal si sente odore di fuoco e cadaveri e si avvertono i rintocchi di una campana mortifera.

L'AUTORE
Boualem Sansal è nato nel 1949 in Algeria e vive a Boumerdès, nei pressi di Algeri. Alto funzionario del ministero dell’Industria algerino fino al 2003 (incarico da cui fu allontanato per i suoi scritti e le sue prese di posizione politica), ha vinto il Prix du premier Roman e il Prix Tropiques1999 con il suo primo romanzo Le serment des barbares, il Grand Prix RTL-Lire 2008 con Le Village de l’Allemand, e il Grand Prix du roman 2015 de l’Académie française con 2084. Nel 2014 è stato nominato per il Premio Nobel per la letteratura. 

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