La recensione del film "Black Widow", di Cate Shortland. Al cinema dal 7 luglio

Recensione a cura di Mario Turco

"In astrofisica il collasso gravitazionale è la progressiva compressione di un corpo massiccio sotto l'influenza della sua stessa forza di gravità. Ciò avviene quando la pressione idrostatica del corpo non è più in grado di controbilanciarne la gravità". Seguitamente alla scena post-credits di "Black Widow", di Cate Shortland in uscita nelle sale italiane il 7 Luglio dopo aver rischiato di farlo solo sulla piattaforma Disney+, non si può far a meno di pensare che sia proprio lo stesso Marvel Cinematic Universe ad essere caduto vittima del fenomeno ivi descritto con grande capacità di sintesi dalla pagina Wikipedia Italia. Perché il Woman One Show performato e prodotto da Scarlett Johansson sulla letale agente dei servizi segreti Natasha Romanoff cede definitivamente alla volontà di potenza del proprio immaginario liberandosi dalle zavorre del medio prodotto d'intrattenimento. È proprio la clip che scorre dopo i titoli di coda - con una specie di teaser trailer della trama della serie tv su Occhio di Falco che andrà in onda naturalmente solo sulla piattaforma streaming del colosso d'intrattenimento - a sancire l'ultima impossibile richiesta rivolta allo spettatore: l'abbraccio totale e forse esclusivo al suo mondo di fantasia. 


Se nelle prime tre fasi dell'MCU saggiamente decenni e decenni di storie apparse su varie testate fumettistiche potevano essere ignorate dal grosso degli spettatori considerata la natura strutturale di un universo impossibile da racchiudere per un mezzo audiovisuale come il cinema che vive invece di eventi, la Disney nel 2021 rompe quest'equilibrio e così facendo fa collassare il suo giocattolo più remunerativo. Se, come nel caso delle stelle, ciò in futuro potrebbe dar luogo ad un'ulteriore espansione di materia (transmediale) è ancora troppo presto per dirlo ma è proprio il capostipite Black Widow a soffrire delle oscillazioni derivanti da questo nuovo equilibrio. Il film di Cate Shortland difatti nella sua lunga durata - due ore e 15 minuti - porta avanti almeno tre filoni narrativi tra loro non coincidenti e quasi stridenti. Il primo, quello più importante, è l'approfondimento sulla storia personale di Vedova Nera che nei precedenti episodi della Saga dell'Infinito con i suoi misteriosi omissis aveva reso affascinante la figura dell'ambigua assassina. Qui l'ovvia scelta di fornire un retroterra narrativo ad un comprimario assurto a protagonista grazie allo starpower della sua interprete sfocia nell'altrettanto prevedibile sgonfiamento della sua malia. E se poi aggiungiamo la definitiva disneyzzazione del personaggio, Black Widow perde del tutto la sua specificità di antieroina per assumere quelli ben più stretti dell'eroina a tutto tondo. Se viene smentita perfino la sua natura di prezzolata killer, pronta a fare anche "danni collaterali" (l'uccisione della figlia di Dreykov) pur di riscattare il suo passato a favore/danno di un buonismo altruista poco in sintonia con gli abiti individualisti ancora indossati il film d'altronde non arriva bene a quella che vorrebbe essere la fase matura del percorso di vita di una giovane donna perché si rivela invece un'involuta ri-scrittura. 


Il secondo segmento su cui poggia il film è la scoperta metafora politica che stringe (e stinge) tutto il corpus del film. Segnato da una certa volontà di redimere il personaggio dalla sua avvenenza fisica - il vezzeggiativo maschilista "bambolina" con cui Iron Man la marchiò al suo esordio nell'MCU, come a più riprese ricordato da Johansson in recenti interviste - Black Widow in realtà si propone come prototipo perfetto del femminismo industriale: l'esercito di letali Vedove, ragazze rapite da un Maschio Alfa (perfino russo, o peggio russoide, con un accento risibile da Grande Madre Russia) per poi venire costrette tramite una soluzione chimica ad obbedire ai suoi ordini; le disastrose figure maschili del film che sono appunto o villain da Guerra Fredda o parodie stereotipate (il macchiettistico Red Guardian); la sorellanza cool tra Natasha e Yelena copiata senza differenziazione di genere (o quasi: terribile la gag sul giubbotto con le tasche) dalla penna di uno Shane Black qualsiasi. Il terzo e ultimo filone è l'inserimento di questo midquel nella continuity Marvel, importante come scritto all'esordio di questo articolo più per l'espansione/esplosione televisiva che come punto d'inizio della Fase 4. La natura stand-alone del progetto e la totale assenza degli altri Avengers costringono a puntare l'occhio sulle tante mancanze di questo singolo film: dalle poche scene action che, sebbene sempre ben coreografate, mancano di un pathos che le epiche musiche di Lorne Balfe inutilmente provano a riaccendere, alla fiacca componente comedy che insiste con poco mordente sulla disfunzionalità della famiglia acquisita di Natasha Romanoff, dalla pessima performance di Florence Pugh alle ancora avvenenti forme di Scarlett Johansson, esibite in primi piani ravvicinati forse come forma di congedo ai disperati fan che non potranno più ammirarne le gesta.

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