Recensione: Dinamite. Storie di anarchici e poliziotti, indagini e terrore, di Steven Johnson

Titolo:
 Dinamite. Storie di anarchici e poliziotti, indagini e terrore
Autore: Steven Johnson
Editore: Neri Pozza
Pagine: 384
Anno di pubblicazione: 2025
Prezzo copertina: 26,00 €

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Recensione a cura di Luigi Pizzi

Dinamite si apre in un mondo che sta cambiando più in fretta di quanto le persone riescano a capire. È la fine dell’Ottocento, l’industria accelera, le città crescono, le idee viaggiano più velocemente delle frontiere. In questo contesto fa la sua comparsa una tecnologia tanto semplice quanto devastante: la dinamite. Facile da trasportare, relativamente economica, capace di concentrare una forza distruttiva enorme in un oggetto piccolo e anonimo. Johnson mostra fin da subito come questa invenzione non sia solo un progresso tecnico, ma una miccia culturale.

La trama segue più fili che si intrecciano continuamente. Da una parte ci sono gruppi anarchici e rivoluzionari sparsi tra Europa e Stati Uniti: uomini e donne mossi da ideali radicali, dalla rabbia per le disuguaglianze, dal desiderio di colpire il potere nel suo cuore simbolico. Alcuni sono teorici, altri agitatori, altri ancora pronti a passare all’azione. Johnson non li riduce a caricature: li mostra come persone immerse in un clima di tensione politica, entusiasmo ideologico e disperazione sociale. Dall’altra parte emergono le istituzioni che cercano di reagire a una minaccia nuova, sfuggente, senza volto. Le forze dell’ordine tradizionali si scoprono impreparate: il nemico non indossa uniformi, non combatte battaglie convenzionali, non rispetta confini nazionali. La storia segue quindi la lenta e spesso caotica nascita di metodi investigativi moderni: archivi centralizzati, informatori, agenti sotto copertura, cooperazione internazionale, primi tentativi di profilazione. Nulla è ancora sistematico: si procede per errori, improvvisazioni, intuizioni. Il libro alterna attentati, arresti, processi, fughe e pedinamenti, ma non come una sequenza di episodi isolati. Johnson costruisce un racconto in cui ogni evento produce una reazione a catena: un’esplosione genera paura; la paura genera nuove leggi; le leggi generano nuove forme di controllo; il controllo alimenta ulteriore radicalizzazione. È una spirale che prende forma pagina dopo pagina, senza bisogno di dichiarazioni esplicite. Man mano che il racconto avanza, il lettore assiste alla trasformazione silenziosa delle società occidentali. Non tanto attraverso grandi proclami, quanto attraverso piccoli cambiamenti pratici: come si controllano i documenti, come si osservano gli stranieri, come si giustifica la sorveglianza in nome della sicurezza. È qui che la trama smette di essere solo storica e diventa disturbante nella sua attualità.

Arthur H. Woods, fonte: Wikimedia
Uno degli aspetti che colpiscono di più in Dinamite è il modo in cui Steven Johnson sceglie di raccontare la storia. Il suo stile è quello del narrative nonfiction più efficace: rigoroso nelle fonti, ma costruito come un racconto. Johnson scrive da storico curioso e da narratore esperto, alternando scene concrete, personaggi ben delineati e passaggi di contesto più ampi, senza mai trasformare il libro in un manuale. La prosa è chiara, scorrevole, spesso visiva: luoghi, città, uffici di polizia, riunioni clandestine e processi prendono forma davanti al lettore con una naturalezza che rende facile dimenticare di stare leggendo un saggio. Il ritmo è uno dei suoi tratti distintivi. Johnson evita lunghe digressioni teoriche e preferisce far emergere le idee attraverso gli eventi. Le spiegazioni storiche e tecnologiche sono integrate nella narrazione, spesso agganciate a un personaggio o a una situazione concreta. Questo rende il libro accessibile anche a chi non ha una formazione storica specifica. Tra i punti di forza, il principale è senza dubbio la capacità di tenere insieme molte storie senza perdere il filo. Johnson intreccia movimenti anarchici, singoli attentatori, attivisti politici, investigatori, funzionari statali e innovazioni tecniche in un unico grande racconto coerente. 

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Nonostante la quantità di personaggi e di luoghi, il libro non risulta confuso: ogni elemento trova posto all’interno di una traiettoria più ampia, che porta il lettore a comprendere come terrorismo e apparati di sicurezza si siano sviluppati in risposta reciproca. Accanto a questi pregi, emergono però anche alcuni limiti. Proprio la scelta di mantenere un ritmo sostenuto e una struttura molto narrativa comporta, in certi momenti, una riduzione della profondità psicologica. Alcuni personaggi restano più funzioni della storia che individui pienamente esplorati: li vediamo agire, ma raramente restiamo a lungo dentro il loro mondo interiore. Un altro possibile punto debole è la prospettiva fortemente occidentale e istituzionale. Pur mostrando le derive della repressione e i rischi dell’apparato di sicurezza, Johnson dedica maggiore attenzione all’evoluzione degli strumenti investigativi rispetto alle conseguenze sociali di lungo periodo su comunità marginalizzate, immigrati o dissidenti non violenti. Il libro suggerisce queste ombre, ma non sempre le esplora fino in fondo. In conclusione, Dinamite è un libro potente, intelligente e inquietante nel modo giusto. Racconta come una tecnologia e un’idea abbiano cambiato il modo in cui le società pensano la violenza e la sicurezza, e come queste trasformazioni abbiano lasciato tracce profonde nel mondo contemporaneo.

Steven Johnson, giornalista e scrittore, è autore di diversi libri di grande successo negli Stati Uniti. È conduttore e co-creatore della serie PBS/BBC vincitrice di un Emmy How We Got to Now. Six Innovations that Made the Modern World, conduttore del podcast The TED Interview e autore della newsletter Adjacent Possible. Dinamite, che ha vinto l’Edgar Award ed è stato nella longlist dell’Andrew Carnegie Medal for Excellence in Nonfiction, è il suo primo libro tradotto in Italia.

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