La recensione de "Il mastino dei Baskerville", adattamento teatrale di Michele Montemagno e Anna Masullo che per la regia di Anna Masullo è in scena al Teatro Ciak di Roma fino al 22 Marzo

 Recensione a cura di Mario Turco

"Il mondo è pieno di cose ovvie che nessuno si cura mai di osservare". Come, ad esempio, che il capolavoro giallo da cui viene questa citazione è un libro talmente complesso da necessitare, per chi volesse portarlo sul palco, di una regia e di un cast che siano ovviamente innamorati dell'opera in questione ma anche che abbiano il coraggio di reinterpretarlo in alcuni punti e l'umiltà filologica di adattarlo così com'è in altri. "Il mastino dei Baskerville", adattamento teatrale di Michele Montemagno e Anna Masullo dell'omonimo libro di Arthur Conan Doyle che per la regia di Anna Masullo è in scena al Teatro Ciak di Roma fino al 22 Marzo è, in questo senso, un'operazione esemplare, capace con la sua riuscita di travalicare il confine di genere - a cui comunque orgogliosamente vuole appartenere - per situarsi come lungo paragrafo di successo nella spesso invece improba tradizione di trasposizioni transmediali. 


Pubblicato a puntate sulla rivista The Strand Magazine dall'agosto 1901 all'aprile 1902, il romanzo che segnava dopo dieci anni - invitiamo a leggere anche sulla pagina wikipedia la sua pionieristica vicenda editoriale - il ritorno sulle scene del detective più famoso di tutti i tempi ha una struttura che, pur non particolarmente complessa dal punto di vista narrativo, richiedeva una cura e un'attenzione particolari. Il mastino dei Baskerville è, difatti, il libro più "watsoniano" del canone holmesiano, costruito com'è sulla mirabile suspense dovuta alla (finta, come si vedrà nel finale) assenza dell'investigatore di Baker Street nel Devonshire, luogo dove si svolge gran parte della vicenda. Ecco che questa versione curata da Ubik Produzioni e Teatro stabile del Giallo risolve il pericolo della possibile mancata partecipazione empatica dello spettatore, orbato del carisma del suo protagonista per tutta la parte centrale, in un modo quantomeno pericoloso di primo acchito ma che alla lunga si rivela straordinariamente vincente. Sin dalla prima apparizione, Sherlock Holmes (uno straordinario e febbrile Marco Imparato, felicemente a metà strada tra l'ultima versione cinematografica e quella televisiva) è infatti quel gigione iperrazionalista che abbiamo imparato a conoscere, con tutti i suoi tic (violino, arroganza ed esuberante condizione fisica) e altri nuovi (l'iniezione di cocaina sostituita da una bevanda presumibilmente alcolica, una vena comica più accentuata). Catalizzando subito la simpatia dello spettatore, Il mastino dei Baskerville indugia sulla presentazione iniziale del caso per poi elidere qualcosa della parte centrale, quando Watson (Guido Targetti, bravissimo) fa i suoi resoconti epistolari dal maniero interagendo fantasmaticamente sul palco con il destinatario delle sue missive. Questa scelta permette di non dimenticare mai la sorveglianza dell'investigatore sul difficile caso e fa presentire, in maniera sottile ma intuitiva, il suo intervento finale. Si tratta di una delle tante accortezze di una regia e di un trattamento davvero ficcanti, in grado inoltre di rendere l'iconica atmosfera della brughiera in modo indimenticabile. 


Che si tratti di una tenda su cui proiettare la vicenda del demoniaco Hugo Baskerville, capostipite della casata e della terribile leggenda del mastino, o far avventurare tra quelle nebbie e quelle paludi lo sprovveduto Henry o il malcapitato Watson, lo spettacolo si serve di una serie di effetti artigianali (fumi, jump-scare sonori, giochi di luce) che illuminano di gotico il palcoscenico del mirabile Teatro del Giallo. Anche altri due dei tratti più caratteristici del romanzo, ovvero la potenza del terribile cane omicida e la scomparsa quasi metafisica di Stapleton (Francesco Maccarinelli, fisico di ruolo perfetto per il secondo antagonista più letale del detective inglese) nelle paludi di Grimpen trovano una realizzazione soddisfacente e danno giustizia alle straordinarie pagine di Conan Doyle. Il mastino dei Baskerville funziona quindi ottimamente sia per i neofiti delle gesta di Sherlock Holmes sia per i suoi cultori più smaliziati perché fornisce ai primi una versione più concentrata ma ugualmente gustosa delle barocche vicende, mentre ai secondi dona il piacere di regalare ampi estratti dal capolavoro cartaceo.

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