Recensione: Quel che resta del calcio. Miti e speranze dello sport più amato dagli italiani, di Lorenzo Casini
Titolo: Quel che resta del calcio. Miti e speranze dello sport più amato dagli italiani
Autore: Lorenzo Casini
Editore: Il Mulino
Pagine: 272
Anno di pubblicazione: 2026
Prezzo copertina: 19,00 €
Lorenzo Casini è rettore e professore ordinario di Diritto amministrativo nella Scuola IMT Alti Studi Lucca e presidente dell’Istituto di ricerche sulla pubblica amministrazione (Irpa). Dal marzo 2022 al dicembre 2024 è stato presidente della Lega nazionale Professionisti Serie A. Per il Mulino ha pubblicato, tra gli altri, «Potere globale. Regole e decisioni oltre gli Stati» (2018) ed «Ereditare il futuro. Dilemmi sul patrimonio culturale» (2016).
Autore: Lorenzo Casini
Editore: Il Mulino
Pagine: 272
Anno di pubblicazione: 2026
Prezzo copertina: 19,00 €
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Recensione a cura di Luigi Pizzi
Il calcio italiano è davvero malato? Lorenzo Casini parte da questa domanda, ma il suo obiettivo è più ambizioso di una semplice analisi sportiva. Quel che resta del calcio è infatti un saggio che usa il pallone come lente per osservare il funzionamento – e spesso il malfunzionamento – del nostro Paese. Perché, come emerge pagina dopo pagina, il problema non riguarda soltanto i risultati della Nazionale o i bilanci dei club, ma il modo in cui l'Italia organizza, governa e valorizza uno dei suoi patrimoni culturali più importanti. La recente esclusione dell'Italia dai Mondiali non viene interpretata come un episodio sfortunato, bensì come il sintomo più evidente di una crisi costruita nel tempo. Casini, che conosce il sistema dall'interno grazie alla sua esperienza istituzionale, evita però il tono polemico o nostalgico. Preferisce affidarsi ai dati, ai confronti con gli altri Paesi europei e a un'analisi rigorosa delle trasformazioni che hanno investito il calcio negli ultimi decenni. Uno degli aspetti più interessanti del volume è proprio il rifiuto delle spiegazioni semplicistiche. Non esiste un solo colpevole. Il declino nasce dall'intreccio di problemi diversi: infrastrutture obsolete, ritardi negli investimenti, governance frammentata, difficoltà economiche, perdita di competitività internazionale e una progressiva incapacità di programmare il futuro. Lo dimostra anche l'ampio spazio dedicato ai modelli adottati da Paesi come Germania, Inghilterra e Spagna, che negli ultimi anni hanno saputo trasformare crisi profonde in occasioni di rilancio.
Ma sarebbe riduttivo considerare Quel che resta del calcio soltanto un libro di economia dello sport. Il cuore del saggio è infatti culturale. Casini ricorda continuamente che il calcio non è solo un'industria miliardaria, ma anche un fenomeno sociale capace di educare, creare appartenenza e trasmettere valori. Per questo insiste sul tema della formazione, della scuola, dei vivai e della crescita dei giovani: il futuro non può essere costruito esclusivamente attraverso le regole finanziarie o le riforme istituzionali, ma richiede una nuova attenzione verso chi il calcio lo pratica fin da bambino. Colpisce anche l'equilibrio con cui l'autore affronta argomenti spesso divisivi. Non indulge nella nostalgia per un calcio che non esiste più, ma nemmeno accetta l'idea che il mercato globale rappresenti una soluzione automatica. Il professionismo, la sostenibilità economica e l'apertura internazionale sono elementi indispensabili, ma devono convivere con una progettualità capace di preservare identità, competenze e radicamento territoriale. La scrittura riflette perfettamente questo approccio. Pur affrontando questioni giuridiche, economiche e organizzative, Casini mantiene uno stile limpido, ordinato e accessibile. I numeri non soffocano mai la lettura, perché vengono sempre inseriti all'interno di un ragionamento più ampio, sostenuto da esempi concreti e confronti efficaci. Anche chi segue il calcio soltanto da spettatore riesce a orientarsi senza difficoltà, mentre chi conosce il sistema troverà numerosi spunti di riflessione. Particolarmente efficace è il messaggio conclusivo. L'autore non propone ricette miracolose, ma invita ad abbandonare la logica dell'emergenza permanente. Il rilancio del calcio italiano passa attraverso tre parole chiave che attraversano l'intero volume: infrastrutture, risorse e cultura. Solo tenendo insieme questi elementi sarà possibile ricostruire un sistema capace di produrre risultati sportivi, sostenibilità economica e credibilità istituzionale. Quel che resta del calcio è dunque un saggio documentato, lucido e stimolante, che supera i confini dello sport per parlare di politica, amministrazione, educazione e responsabilità collettiva. È una lettura consigliata agli appassionati di calcio, ma anche a chi desidera comprendere perché uno dei simboli più forti dell'identità italiana fatichi oggi a ritrovare la propria direzione. Perché, come suggerisce Casini, il futuro del calcio non dipende soltanto dal talento dei giocatori, ma dalla capacità di costruire un sistema che sappia finalmente metterlo nelle condizioni di crescere.
Il calcio italiano è davvero malato? Lorenzo Casini parte da questa domanda, ma il suo obiettivo è più ambizioso di una semplice analisi sportiva. Quel che resta del calcio è infatti un saggio che usa il pallone come lente per osservare il funzionamento – e spesso il malfunzionamento – del nostro Paese. Perché, come emerge pagina dopo pagina, il problema non riguarda soltanto i risultati della Nazionale o i bilanci dei club, ma il modo in cui l'Italia organizza, governa e valorizza uno dei suoi patrimoni culturali più importanti. La recente esclusione dell'Italia dai Mondiali non viene interpretata come un episodio sfortunato, bensì come il sintomo più evidente di una crisi costruita nel tempo. Casini, che conosce il sistema dall'interno grazie alla sua esperienza istituzionale, evita però il tono polemico o nostalgico. Preferisce affidarsi ai dati, ai confronti con gli altri Paesi europei e a un'analisi rigorosa delle trasformazioni che hanno investito il calcio negli ultimi decenni. Uno degli aspetti più interessanti del volume è proprio il rifiuto delle spiegazioni semplicistiche. Non esiste un solo colpevole. Il declino nasce dall'intreccio di problemi diversi: infrastrutture obsolete, ritardi negli investimenti, governance frammentata, difficoltà economiche, perdita di competitività internazionale e una progressiva incapacità di programmare il futuro. Lo dimostra anche l'ampio spazio dedicato ai modelli adottati da Paesi come Germania, Inghilterra e Spagna, che negli ultimi anni hanno saputo trasformare crisi profonde in occasioni di rilancio.

