Recensione a cura di Mario Turco
Prova con coraggio e una grande dose di intelligente sensibilità, quindi, a portare nel circuito cinematografico uno dei tanti misfatti del nostro tempo "La leggenda del deserto", di Elisabetta Giannini, presentato a Notti Veneziane durante la 83esima Mostra di Venezia. Il documentario della trentenne regista napoletana, al suo esordio al Lido come regista di lungometraggi dopo l'apprezzato corto del 2023 "Sognando Venezia", nasce da uno spunto autobiografico che si fa subito latore di uno svelamento universale. Come scritto nelle note di regia dalla stessa Giannini, infatti: "Tre anni fa mi sono imbattuta nelle immagini di un viaggio fatto da mia sorella Carolina all’età di otto anni nel deserto del Sahara. Guardando quei filmini di famiglia, mi sono chiesta cosa significhi per una bambina trovarsi improvvisamente in uno scenario così diverso dal proprio e crescere, anche solo per un momento, dentro una realtà segnata dall’attesa e dalla precarietà. Da quella domanda è nato il desiderio di intraprendere un secondo viaggio nei campi profughi Saharawi e ritrovare quel popolo gentile e accogliente incontrato anni prima". La leggenda del deserto apre proprio sulle immagini della piccola Carolina, incalzata dalla madre - la regista Antonietta De Lillo, qui produttrice e centro invisibile di questo vorticoso e interessante dentro/fuori l'archivio familiare e la collaborazione artistica con la stessa regista, a sua volta figlia di De Lillo e membro della crew dei suoi ultimi lavori -, alle prese col suo primo soggiorno presso l'ospitale popolazione nordafricana.
Usando un espediente narrativo centrato, il vento che trasporta la sorella Carolina trent'anni dopo, il film mostra in questo andirivieni temporale come la lotta del popolo Saharawi si sia oggi risolta, purtroppo, in un nulla di fatto. Alle case di pietra dei numerosi campi profughi si sono avvicendate quelle di mattoni ma nulla è cambiato per la gente nomade del deserto più grande del pianeta: il referendum tanto sognato - e promesso dall'ONU - qualche decennio fa non si è mai realizzato e quello che resta nel 2026 sono le numerose testimonianze sui sogni infranti delle vecchie e nuove generazioni. Giannini, coadiuvata in questo senso dalla presenza timida e discreta della sorella Carolina De Lillo Magliulo, è molto brava a cogliere la disillusione di mamme e figlie che piangono con dignità i loro martiri uccisi dalla potenza colonizzatrice marocchina. E anche l'esito ideologico di questa violenza ultradecennale, ovvero la necessità della guerra d'indipendenza, è filtrata con esatto tempismo dalle ultimi confessioni - splendido qui il racconto degli expat della troupe, ovvero il traduttore e l'operatore di ripresa - che chiudono queste breve lungometraggio con la giusta dose di amarezza di fronte all'ennesima ingiustizia della Storia. Così, anche se nella parte iniziale soffre di un voice-off fin troppo poetico, La leggenda del deserto riesce ad essere ficcante nell’inquadramento politico della vicenda con la doverosa e asciutta didascalia finale ma soprattutto con l’intervista al custode del museo di guerra che chiama più volte in correità le potenze europee e i costruttori d’armi italiani. Nulla di nuovo sotto il fronte occidentale

