Titolo: La casa nella prateria
Autore: Laura Ingalls Wilder
Editore: Gallucci
Pagine: 432
Anno di pubblicazione: 2020
Prezzo copertina: 16,50 €
Acquista su Amazon: https://link.amazon/B0cw9RqyN
Recensione a cura di Luigi Pizzi
La casa nella prateria di Laura Ingalls Wilder è un romanzo di formazione e d’avventura capace di trasformare la vita quotidiana di una famiglia di pionieri in un racconto pieno di meraviglia, paura e scoperta. La frontiera americana non viene raccontata attraverso grandi imprese eroiche, ma attraverso gli occhi di una bambina che guarda il mondo allargarsi davanti a sé: fiumi da attraversare, distese d’erba che sembrano non finire mai, animali selvatici, temporali, incendi, malattie e una casa da costruire praticamente dal nulla. È proprio questa concretezza a rendere il romanzo così coinvolgente: ogni piccolo gesto diventa parte di un’avventura più grande.
Laura Elizabeth Ingalls Wilder (Pepin, 1867 – Mansfield, 1957) aveva appena quattro anni quando suo padre decise di lasciare il Wisconsin per cominciare una nuova vita nei territori messi a disposizione dei coloni dal governo americano. Fu solo il primo dei numerosi spostamenti che la famiglia dovette affrontare in quegli anni. Studentessa brillante, nonostante i lunghi soggiorni in zone isolate e prive di scuole, Laura riuscì a coronare il sogno di dedicarsi all’insegnamento. Dalle sue memorie sviluppò la saga letteraria Little House, che ebbe un grandissimo successo. A partire da questo volume, il terzo dei nove scritti dalla Ingalls, prese avvio l’omonima serie televisiva, che in Italia andò in onda dal 1977 e fu amatissima, come ovunque nel mondo.
Autore: Laura Ingalls Wilder
Editore: Gallucci
Pagine: 432
Anno di pubblicazione: 2020
Prezzo copertina: 16,50 €
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Recensione a cura di Luigi Pizzi
Al centro della storia troviamo la famiglia Ingalls. Laura è curiosa, impulsiva, piena di domande e continuamente attratta da ciò che non conosce. Osserva tutto, ascolta gli adulti, si entusiasma e si spaventa con la stessa intensità. Accanto a lei c’è Mary, la sorella maggiore, più tranquilla e composta, mentre la piccola Carrie rimane ancora legata al mondo dei più piccoli. Mamma Caroline è la presenza stabile della famiglia: prudente, concreta, capace di mantenere ordine e dignità anche quando intorno non esiste praticamente nulla. Papà Charles, invece, incarna lo spirito della frontiera. Sa costruire, cacciare, riparare, inventare soluzioni e soprattutto conserva una fiducia quasi inesauribile nella possibilità di ricominciare altrove. La sera, poi, prende il violino e la musica riesce per qualche minuto a rendere familiare perfino il luogo più sperduto. La vicenda prende il via quando gli Ingalls lasciano la loro casa nel Wisconsin e partono verso Ovest con il carro, decisi a stabilirsi nel Territorio indiano. Il viaggio è già una prova: ci sono fiumi da guadare, notti all’aperto e l’angoscia per Jack, il cane di famiglia, che durante un attraversamento sembra essere scomparso. Ma è quando arrivano nella grande prateria che comincia davvero la loro nuova vita. Papà sceglie il luogo in cui fermarsi e lentamente costruisce la casa. Tronchi, pareti, pavimento, tetto, camino, pozzo: Wilder racconta ogni fase con una precisione che oggi potrebbe sembrare quasi eccessiva e che invece finisce per affascinare, perché permette di capire quanto lavoro fosse necessario per ottenere ciò che noi consideriamo essenziale. La casa nasce davanti agli occhi del lettore pezzo dopo pezzo e, proprio per questo, diventa molto più di un semplice edificio: è la misura concreta della tenacia della famiglia. Fondamentale è anche l’aiuto dei pochi vicini, soprattutto il signor Edwards, personaggio generoso, eccentrico e affettuoso, capace di portare leggerezza nei momenti più difficili. Ma la prateria non è mai davvero addomesticata. Di notte ululano i lupi, il bestiame può fuggire, scavare un pozzo può diventare pericoloso e un incendio corre sull’erba con una velocità impressionante. Arriva poi la febbre, che colpisce l’intera famiglia, e ci sono gli incontri con gli indiani, osservati da Laura con una curiosità che spesso si scontra con il timore degli adulti. Wilder riesce così a mantenere una tensione costante senza ricorrere a una trama artificiosa: è la stessa vita quotidiana a produrre avventura.
Proprio il rapporto con i nativi è oggi una delle parti che colpiscono maggiormente. Il romanzo conserva lo sguardo e il linguaggio dei coloni del suo tempo, e alcune paure e generalizzazioni risultano inevitabilmente problematiche per un lettore contemporaneo. Allo stesso tempo, però, la storia lascia emergere una contraddizione importante: quella prateria meravigliosa sulla quale gli Ingalls costruiscono la loro casa non è affatto una terra vuota. La presenza degli indiani cresce progressivamente, fino alle grandi riunioni e alle grida che attraversano la notte, mentre Laura continua a volerli vedere e capire. La scrittura di Laura Ingalls Wilder è semplice, limpida e fortemente sensoriale. Il vento nell’erba, il cielo smisurato, il rumore della pioggia sul tetto, l’odore del legno, il fuoco, le stelle e la musica del violino costruiscono un mondo che sembra possibile toccare. La natura non è soltanto lo sfondo della storia: è una presenza continua, bellissima e minacciosa allo stesso tempo. E proprio perché il punto di vista rimane vicino a Laura, anche le cose più comuni acquistano qualcosa di straordinario. La casa nella prateria è quindi una storia di frontiera, ma soprattutto un romanzo sull’infanzia, sulla famiglia e sulla capacità di ricominciare. Racconta il fascino di un mondo aperto e sconfinato senza nasconderne la durezza, e mostra come una casa possa diventare “casa” anche quando si sa, forse, che nulla durerà per sempre. Un classico che conserva ancora oggi la capacità di trasportare il lettore in mezzo all’erba alta della prateria, là dove ogni alba può essere l’inizio di qualcosa di completamente nuovo.


