Recensione: La giornata di un opričnik di Vladimir Sorokin

Titolo: La giornata di un opričnik
Autore: Vladimir Sorokin
Editore: Atmosphere Libri
Pagine: 176
Anno di pubblicazione: 2014
Prezzo copertina: 15,00 €


Recensione a cura di Paolo Massimo Rossi

Il termine Opričnina fu utilizzato per indicare quella parte di territorio russo governata direttamente dallo zar durante il regno di Ivan IV di Russia (1561-1584). La parola deriva dal russo antico e significa "a parte", "a eccezione". Oggi è considerato sinonimo di potere assoluto e senza limiti. Il romanzo di Sorokin descrive la giornata di un ufficiale dell’ Opričnina, Andrej Komjaga, in modo asetticamente fotografico e senza mai concedere nulla a valutazioni di ordine morale, filosofico, religioso.

Nel corso della lettura si prende atto che l’Opričnina sia stata reintrodotta nella Russia (Rus’) del primo ventennio degli anni 2000 a difesa di un assolutismo politico che ha semplicemente cancellato ogni forma di democrazia. Il protagonista Komjaga si muove in un mondo che sembra non parli più e che accetta fatalisticamente una realtà che è claustrofobica senza remissione, distopica senza speranza. Uccide gli oppositori del regime senza che al lettore sia concesso di sapere perché: semplicemente sono caduti in disgrazia. Per un karma presunto, per il destino o, semplicemente, perché hanno commesso un errore derogando dalla volontà dello stato. Alterna le missioni per eliminare uomini e donne al soddisfacimento delle proprie pulsioni a piaceri rituali e animaleschi (ottenuti anche mediante l’utilizzo di droghe e di coadiuvanti erotico-sessuali) che hanno questo di caratteristico: la moralità non è più in guerra con la sua antitesi, l’immoralità. Tout court, i due concetti non esistono più perché il loro fondamento teorico e filosofico, l’etica, è diventato inutile. In questo senso l’assassinio è un concetto che ha superato sinanche una qualsivoglia forma di relativismo: è semplicemente ovvio sia per le vittime che per i carnefici.

Vladimir Sorokin porta alle estremo limite l’idea della fine di ogni manicheismo che contrapponga il bene al male: questi ultimi sostituiti da una sorta di Melting pot che non è più delle razze e delle comunità etniche e religiose degli uomini, ma semplicemente di destini che sembrano facce intercambiabili di una stessa medaglia. Al lettore non è permesso di sapere perché è stata lanciata una moneta in aria, ma solo di prendere atto che, caduta sul palmo della mano, si è materializzata una delle sue facce. Certo, si lascia intuire che non è il caso ad aver deciso il destino di un uomo, ma una qualche colpa commessa contro un sovrano che, nella sua immanenza, sembra possedere un sorriso che è quasi stereotipo inattaccabile da ogni sentimento: è autoreferenziale solo al proprio potere assoluto (... “Il volto del Sovrano compare in aria nell’ufficio. Con la coda dell’occhio noto l’iridescente cornice dorata che circonda l’ovale dalla barba di un biondo scuro e dai baffi sottili …[pag. 42]” En passant, e a esclusivo servizio del dovere di cronaca, è la descrizione del volto di Sorokin stesso. Ma è un vezzo che possiamo perdonagli con sorridente magnanimità).

In questo ambiente, l’autore disegna un affresco che è tragico e asettico allo stesso tempo, fatalistico nel considerare gli uomini come pedine di una volontà superiore e imperscrutabile. Una volontà che, per essere suadente, non ha bisogno neanche di vanitoso autocompiacimento. Le passioni contrapposte, le rivalità più feroci, le lotte per il mantenimento del potere sembrano non poter avere altro futuro che l’annientamento. Né potrebbe essere diversamente, visto che la storia dell’Opriknino Komjaga, e quella della Rus’ (sottintesa madre e immanente contenitore “… «Della Russia? Che ne sarà?» Tace, mi guarda con attenzione. Aspetto trepidante. «Niente … sarà» …[pag. 105]”), ha reso asetticamente crudele il potere; lo ha privato di quella umanità che, oggi, una ormai sedimentata iconografia della necessità di una giustizia buona e giusta vorrebbe (dovrebbe) assegnare utopisticamente alla soggettività dell’uomo. Nel romanzo, quella crudeltà diventa anonima nella la sua inquietante ovvietà: è sufficiente prendere atto della acritica sudditanza a tecnologie cibernetico-informatiche che violentano il pensiero degli opriknik, sostituendolo con una sorta di performatività del progresso tecnico.

D’altra parte, Sorokin non tralascia di attaccare il classicismo storico e antico degli intellettuali ( … “Che dire … è di questo letame, questo vomito, questo vuoto assordante che i nostri intellettuali-clandestini si nutrono. Sono polipi deformi sul corpo della nostra sana arte russa. Minimalismo, paradigma, discorso, concet-dualismo …” [pag. 107]). In tutto ciò si manifesta, con coerenza priva di ogni sbavatura o tentennamento, l’appartenenza dell’autore al grande filone del concettualismo nella letteratura russa. E infatti, i modi e le situazioni che trovano espressione nel romanzo rifuggono da ogni realismo. Essi non devono rispecchiare l’essenza o qualsiasi rispetto rigoroso della nozione filosofica di “forma”: sono semplicemente costruzioni non giudicabili della mente. In altri termini, l’universale che l’autore proietta nei protagonisti è solo un concetto mentale che precede e resiste a qualsiasi post rem iudicatum. Tale coerenza permette a Sorokin la descrizione implacabile di un potere inquietante immerso in una visione fantascientifica e angosciante del futuro. Ma, allo stesso tempo, di mostrarci una metaforica diagnosi di un paese che, oggi, l’autore ritiene, con tutta evidenza, in profonda crisi.

In ultima analisi, La giornata di un opriknik, è un romanzo notevole. Per la struttura narrativa, per il linguaggio mai succube di un lessico colloquiale che potrebbe connotarsi più della preoccupazione per il lettore che della propria libertà di esplorare. Ma anche per la capacità di invenzione che rinnova la grande tradizione della letteratura russa, da Dostoevskij a Gogol.

L'AUTORE
Vladimir Sorokin (Mosca 1955) è uno dei più grandi scrittori russi contemporanei. È stato anche sceneggiatore, drammaturgo, pittore, grafico e librettista per il teatro Bolshoj. Provocatore, irriverente, deve la sua notorietà internazionale al romanzo La coda(pubblicato in Italia da Guanda). Ghiaccio, uscito in Russia nel 2002, è stato pubblicato da Einaudi nel 2005. I suoi libri sono stati tradotti in ventidue lingue. Ha ricevuto il titolo di “Chevalier des Arts e Lettres” ed è membro del PEN russo.

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