La recensione di "Tragùdia - Il canto di Edipo", di Alessandro Serra in scena al Teatro Vascello di Roma fino al 4 ottobre
Recensione a cura di Mario Turco
"Solo una parola può dissolvere tutti i tormenti: amore". Forse l'epifania più grande, in uno spettacolo che è una sarabanda continua di sciarade metaforiche, è proprio questo finale: chiudere lo spettacolo teatrale sul personaggio della mitologia greca più brutalizzato dagli dei con un aforisma che ne capovolge di segno i supplizi visti fin lì è, infatti, qualcosa di più sconcertante anche di una messa in scena fin lì destabilizzante. Come se fosse una nota di acre dolcezza millenaria, pervasa dello stesso incenso che ancora avvolge le narici dello spettatore che in platea ha finito di assistere a "Tragùdia - Il canto di Edipo", di Alessandro Serra in scena al Teatro Vascello di Roma fino al 4 ottobre, la frase sembra difatti un invito a non lasciarsi incapsulare dalla forza ancestrale del canone: Edipo e la sua "stirpe maledetta" ci parlano non perché depositari di verità letargiche e stabilite una volta per tutte - l'ucciderai tuo padre e giacerai con tua madre del complesso psicologico più arrogante della storia - ma perché veicoli di sentimenti, dolori e emozioni che interagiscono in maniera sempre nuova e sorprendente col mutare dei linguaggi e dei tempi.
Tragùdia – Il canto di Edipo è allora un lungo e volutamente scomposto atto unico che della luttuosa vicenda del re di Tebe sottolinea in modo incubale - la straordinaria Tiresia di Chiara Michelini sembra füsslianamente ergersi dalla quarta bolgia - gli avvenimenti più dolorosi, lasciandosi però anche l'estro di un paio di momenti comici che sollevano il pubblico per qualche momento dall'enorme tensione elettrostatica di quello che si vede/sente/odora. L'impressionante lavoro su scene, luci e suoni curato dallo stesso Serra non lascia scampo al dolore di un Edipo interpretato in maniera maestosa da Jared McNeill, attore americano che qui raggiunge uno dei vertici apicali dell'arte che si situa a metà tra la tonitruante voce dell'arrogante re e la sconfitta corporale del padre, del marito e del figlio vinto dal destino. Talmente denso e pregno di assoli – il diabolico Polinice ma anche il il muto Teseo che in maniera magica si fa capire con i segni dal già cieco Edipo! - da necessitare di più visioni, Tragùdia – Il canto di Edipo ricorda che più immortale del mito c’è solo il canto che lo libera dalle catene del significato.
"Solo una parola può dissolvere tutti i tormenti: amore". Forse l'epifania più grande, in uno spettacolo che è una sarabanda continua di sciarade metaforiche, è proprio questo finale: chiudere lo spettacolo teatrale sul personaggio della mitologia greca più brutalizzato dagli dei con un aforisma che ne capovolge di segno i supplizi visti fin lì è, infatti, qualcosa di più sconcertante anche di una messa in scena fin lì destabilizzante. Come se fosse una nota di acre dolcezza millenaria, pervasa dello stesso incenso che ancora avvolge le narici dello spettatore che in platea ha finito di assistere a "Tragùdia - Il canto di Edipo", di Alessandro Serra in scena al Teatro Vascello di Roma fino al 4 ottobre, la frase sembra difatti un invito a non lasciarsi incapsulare dalla forza ancestrale del canone: Edipo e la sua "stirpe maledetta" ci parlano non perché depositari di verità letargiche e stabilite una volta per tutte - l'ucciderai tuo padre e giacerai con tua madre del complesso psicologico più arrogante della storia - ma perché veicoli di sentimenti, dolori e emozioni che interagiscono in maniera sempre nuova e sorprendente col mutare dei linguaggi e dei tempi.
Produzione Sardegna Teatro, Teatro Bellini, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Fondazione Teatro Due Parma e in collaborazione con Compagnia Teatropersona, I Teatri di Reggio Emilia, lo spettacolo è una rielaborazione liberissima e personale delle archetipiche vicende narrate da Sofocle nelle tragedie “Edipo re” e “Edipo a Colono” che per tutti i suoi 80 minuti di durata compie un'operazione estetica rappresentativa non solo della ricerca sperimentale di Serra - che dalla fondazione della Compagnia TeatroPersona riflette continuamente sul senso culturale di ciò che resta dei grandi capolavori letterari e teatrali attraverso una messa in scena che non si può davvero raccontare ma solo vivere in presenza - ma anche di cosa significhi cercare di portare oggi sul palco testi così codificati. Nelle note di regia è, infatti, lo stesso regista a commentare che, come scrive Antifane nella commedia Poiesis, la sua idea di partenza si basa sul presupposto che: "La tragedia è un’arte fortunata, perché gli spettatori conoscono l’intreccio già prima che il poeta lo racconti, basta ricordarglielo". Da questo germe concettuale nasce così la prima e forse più impattante scelta di Serra: la recitazione degli attori avviene in grecanico, lingua che ancora oggi risuona in un angolo remoto di quella che fu la Magna Grecia oggi corrispondente a una lingua di territorio compresa tra Calabria e Sicilia. La distanza che così viene volutamente messa tra ciò che viene declamato e ciò che lo spettatore deve leggere sui sovratitoli che stanno sopra il palco è amplificata dall'ulteriore straniamento (che di brechtiano, a differenza di quello che si legge in giro, ha poco o nulla) della dimensione performatica del testo che tra madrigali, epicedi, strilli aquilini e risate alla Joker dona nuova espressione alla lingua (morta?) della tragedia.

