La recensione di "Macbeth Neo Film Opera", di Daniele Campea. Al cinema dal 14 giugno

Recensione a cura di Mario Turco

Se Shakespeare è parte della sacra triade culturale occidentale, il suo “Macbeth” è uno spartiacque fondamentale nella storia del teatro nonostante lo stigma affibbiatogli nel corso del tempo di essere l’opera sfortunata par excellence. Anche il cinema continua a perpetuare la giusta fama con le trasposizioni fatte dai pesi massimi della settima arte Orson Welles (1948) e Roman Polanski (1971), fino ad arrivare alle riletture iper-moderne come la versione del 2015 diretta da Justin Kurzel e con
Michael Fassbender protagonista. Pur nella stringatezza di una recensione con poche migliaia di caratteri possiamo far risalire questa secolare influenza alla capacità che quasi tutte le opere del Bardo hanno di saper dialogare con tempi e latitudini disparate (tanto per restare in ambito cinematografico possiamo ricordare a questo proposito “Il trono di sangue” di Akira Kurosawa). Prendere insomma un’opera dall’impianto ormai classico ma ancor pulsante e calarlo in un contesto estraniante può arrivare a soluzioni audiovisive di grande interesse. 

Macbeth Neo Film Opera” di Daniele Campea è la riuscita esemplificazione dell’imperitura modernità di Shakespeare. Prodotto dalla Creatives in collaborazione con Fondazione Pescarabruzzo e distribuito dalla volitiva Distribuzione Indipendente che avrà il coraggio di mandarlo in sala a partire dal 14 Giugno, questo mediometraggio di 49 minuti racconta ascesa e caduta del re di Scozia trasportandolo nella cornice naturalistica del Parco Nazionale dell’Abruzzo. Daniele Campea non si accontenta di cambiare semplicemente ambientazione ma sul corpo scintillante della narrazione originale, lasciata saggiamente intatta (i monologhi della più breve tragedia del Bardo e i versi più famosi continuano a sconvolgere le orecchie per la loro forza espressionista), innesta come un chirurgo temerario sperimentazioni solo all’apparenza folli. “Macbeth Neo Film Opera” si situa infatti all’incrocio tra teatro, video-arte, bianco e nero di dreyerana memoria (i primissimi piani sull’androgino Macbeth interpretato da Susanna Castiglione), costumi steampunk ed interni post-industriali, in particolare l’ex-fabbrica dell’Heineken, a cui ci sentiamo di fare l’unica rimostranza per lo sporadico utilizzo dato che quel capannone metallico con un maggior spazio scenografico avrebbe aumentato il grado di suggestività. Ma è a livello sonoro che avvengono i contrasti più evocativi, in cui la figura d’artista a tutto tondo di Daniela Campea trova modo di esternare anche i suoi interessi musicali e compositivi. 

Innanzitutto il tappeto vocale del re scozzese si fonda sulla strana ambiguità tonale della Castiglione che oscilla tra virili monologhi sull’ineluttabilità mortifera del Potere e fragili dubbi sulla fatalità tragica ad esso connessa che perfino il soprannaturale (le profezie delle streghe) si compiace di alimentare. A tal fine si rivela prezioso il lavoro di mixaggio delle voce che tra sovrapposizioni, dilatazioni e ispessimento assurge ad elemento performativo di prim’ordine, in grado di connotare da solo tutta la gamma delle emozioni espresse del violento ex-generale di Duncan. Per quanto riguarda le musiche si rivela proficuo lo scambio tra il classicismo dell’omonima opera di Verdi e le tracce minimal-elettroniche dello stesso Campea che marcano le due invettive furiose del re scozzese e la morte della malefica Lady Macbeth. Un connubio tra due istanza apparentemente lontanissime tra loro che “Macbeth Neo Film Opera” riesce ad unire in un’opera veramente avvolgente. Ancora una volta William Shakespeare con la supervisione di Daniele Campea riesce ad essere più contemporaneo di tante opere artistiche partorite in questo secolo gramo.

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