Recensione: La quarta parete, di Sorj Chalandon

Titolo:
La quarta parete
Autore: Sorj Chalandon
Editore: Guanda
Pagine: 288
Anno di pubblicazione: 2025
Prezzo copertina: 18,00 €

Recensione a cura di Mario Turco

Di fronte alla vicinanza ai due conflitti più sentiti dall'occidente - Ucraina e Gaza, ovviamente - indotta da media come dirette Twitch, canali Telegram, podcast spreaker, reportage TikTok, gli artisti che volessero ancora provare a lasciare un segno ideologicamente un po' più duraturo di un contributo esperibile durante le faccende domestiche si chiedono: come è possibile intervenire culturalmente in una guerra? Come provare a lanciare un messaggio di pace che vada oltre il sangue e gli odi secolari che stanno martoriando una determinata terra? È ancora possibile cambiare, anche per poco, l'orrenda quotidianità attraverso un gesto di alto valore simbolico? 


Queste sono soltanto alcune delle domande che scaturiscono dalla lettura de "La quarta parete", di Sorj Chalandon pubblicato da Guanda nella collana Narratori della fenice e con la traduzione di Silvia Turato. Il romanzo del giornalista francese d'origine tunisina è infatti un concentrato pregno di stimoli che s'immerge fino al midollo nel fango di uno dei tanti eventi già dimenticati dalla Storia ma di sconcertante attualità: la guerra civile libanese che dalla fine degli anni Settanta fino alla fine del decennio successivo gettò nel caos il "paese dei cedri". La storia comincia in medias res e ci presenta nel primo capitolo (in realtà sono tutti indicati attraverso i nomi dei personaggi o i luoghi della vicenda) "Tripoli, Nord del Libano", attraverso un linguaggio liricamente frammentato, il protagonista Georges in un momento crudissimo e terribile della sua vita: "Tremavo. Non avevo mai tremato così. La gamba destra voleva scappare via, lasciarmi, una cavalletta impaurita nell’erba estiva. L’ho incollata a terra con due mani. Sanguinava, la mia pazza gamba. Non avevo sentito niente. Pensavo che la ferita e il ferito fossero una cosa sola. Che al momento dell’impatto il dolore urlasse il suo messaggio. Ma era stato il sangue ad annunciarmi la brutta notizia. Né lo shock né il male, solo il succo vischioso. I pantaloni erano strappati. Fumavano. La gamba lanciava fitte strazianti. La camicia era appiccicata dal sudore. Dall’auto di Marwan avevo preso la borsa ma lasciato la giacca, i documenti, i soldi, tutto quel che restava. Non pensavo che un carro armato potesse aprire il fuoco su un taxi". Ecco che dopo questo folgorante incipit la narrazione fa un passo indietro e torna all'incontro che ha portato il sanguinante protagonista all'incontro più importante della sua vita, causa bellissima e terribile di quel destino tragico. Siamo infatti in Francia, negli anni immediatamente successivi al Sessantotto parigino quando l'allora giovane Georges, idealista ribelle che non disdegna di picchiare i "ratti neri" (i fascisti) incontra il maturo e affascinante Samuel Akunis, regista greco oppositore della dittatura dei colonnelli, ebreo sfuggito all’Olocausto e francese d’elezione. Quando la loro amicizia si cementa Akunis gli rivela il suo folle sogno: portare l’Antigone, riscritta dal drammaturgo Anouilh e messa in scena proprio durante l'occupazione nazista, tra le strade di Beirut straziate dai combattimenti. Per farlo si dovrà negoziare una tregua di due ore e la rappresentazione dovrà avvenire proprio sulla linea di confine, con le macerie a fare da monito e scenografia. Ma è la scelta della compagnia a rappresentare la massima urgenza simbolica e, al contempo, la sovrumana arditezza: Antigone è infatti interpretata da una palestinese sunnita, Emone da un druso dello Shuf, Creonte da un maronita di Gemmayze, tre sciiti interpretano le guardie, il Paggio ed il Messaggero, Euridice è una sciita, la Nutrice una caldea e Ismene una cattolica armena. Chiamato a raccogliere il sogno dell’amico malato, Georges si recherà quindi in Libano per provare, tra immani difficoltà, a dare concretezza a quel sogno utopistico. Ma il massacro perpetrato nei campi profughi di Sabra e Shatila nel 1982 spezzerà le ali a quell’Icaro idealistico… 


La quarta parete è un romanzo che nasce dalla biografia del suo autore, giornalista embedded in vari scenari di guerra, per provare, con l’aiuto della finzione, a interrogarsi sulle possibilità della cultura di modificare la triste realtà in cui si trova a operare. L’ottica di partenza è quindi quella di un giovane europeo con velleità riottose che, con sommo rispetto e ardente empatia, cerca di portare il suo contributo in un conflitto esogeno. Chalandon per gran parte del suo libro oscilla con grande acume tra il sincero e straordinario idealismo del progetto e la problematicità di un intervento calato dall’alto dell’ingegno occidentale. Esportare cultura come se fosse democrazia non è pero mai un’operazione innocente, come dimostra questo spezzone: "Allora è lei? Il francese del teatro?” Sì, ero quel francese là. Mi aveva guardato. Parlava un cattivo inglese. “Ed è venuto a mettere pace in Libano?” Non mi prendeva in giro. Aspettava la mia risposta. Avevo sorriso. “Vengo solo a dare a degli avversari la possibilità di parlarsi” “A dei nemici” “Se preferisce” “Parlarsi recitando un testo di qualcun altro?” “Lavorando insieme a un progetto comune” Si era aggiustato la tracolla del fucile d’assalto. “E’ una specie di tregua allora?” Mi piaceva la parola. Avevo detto di sì. Il teatro era una tregua". Compatto e denso nella prima parte, il romanzo di Chandalon si perde in eccessivi voli pittorici delle varie fazioni in lotta tra loro nella seconda, cercando in maniera troppo insistita poesia retorica grazie all’abuso della paratassi. Ma è nel durissimo e inaspettato finale che lo scrittore francese riesce finalmente a tirar fuori il meglio del suo stile mostrando, attraverso il collasso morale psicologico del suo protagonista, come nulla, nemmeno il teatro, possa rimanere innocente in tempi di guerra. L’Antigone che muore stuprata, seviziata e strangolata dimostra che il mito ha sempre ragione: non c’è pace per chi nasce da una violenza continuando a giustificarla.

Sorj Chalandon
(1952) è scrittore e redattore del settimanale francese Le Canard enchaîné. Dal 1974 al 2007 ha lavorato come reporter per il quotidiano Libération, seguendo alcuni tra i maggiori conflitti internazionali degli ultimi decenni. Con i reportage sull’Irlanda del Nord e il processo a Klaus Barbie ha ottenuto il Prix Albert-Londres nel 1988. Tra i suoi romanzi ricordiamo: Il mio traditore, Chiederò perdono ai sogni (Grand Prix du Roman de l’Académie française), La professione del padre, Una gioia feroce. Guanda ha pubblicato il suo ultimo romanzo, La furia (Prix Eugène Dabit du roman populiste 2024) e La quarta parete (Prix Goncourt des lycéens, Prix le Choix del’Orient, Prix des Libraires du Québec, Premio Terzani).

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