Recensione: I primi quattro anni. La casa nella prateria vol.7, di Laura Ingalls Wilder

Titolo
: I primi quattro anni. La casa nella prateria vol.7
Autore: Laura Ingalls Wilder
Editore: Gallucci
Pagine: 108
Anno di pubblicazione: 2021
Prezzo copertina: 9,90 €

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Recensione a cura di Luigi Pizzi

I primi quattro anni di Laura Ingalls Wilder è forse il volume più diverso dell’intera saga de La casa nella prateria. Riprende la storia esattamente dove Gli anni d’oro l’aveva lasciata, ma il tono cambia quasi subito. Laura non è più una ragazza che guarda verso il futuro: quel futuro è arrivato. Ora ci sono un matrimonio, una casa da mandare avanti, una fattoria da costruire praticamente da zero, conti da pagare e un lavoro che dipende da una terra tanto generosa quanto imprevedibile. La frontiera continua a essere lo stesso spazio sconfinato dei romanzi precedenti, ma questa volta viene osservata da una prospettiva adulta, molto meno romantica.  Il libro nasce inoltre in condizioni particolari. Come spiegano le pagine introduttive dell’edizione, I primi quattro anni fu pubblicato dopo la morte di Laura Ingalls Wilder a partire da un manoscritto rimasto incompiuto e non sottoposto alla stessa revisione degli altri romanzi della serie. È un dettaglio importante, perché si avverte durante la lettura: la narrazione è più asciutta, meno levigata, talvolta quasi schematica, ma proprio questa imperfezione finisce per dare al volume un carattere particolare, come se ci trovassimo un po’ più vicini alla memoria originaria di Laura.  Al centro della storia troviamo naturalmente Laura e Almanzo, ormai marito e moglie. Il loro rapporto è molto diverso dalle prime fasi del corteggiamento raccontate nei volumi precedenti. Qui l’amore non passa soprattutto attraverso passeggiate in carrozza, domeniche trascorse insieme o piccoli gesti romantici, ma attraverso il lavoro quotidiano. Laura deve imparare a organizzare una casa propria; Almanzo è deciso a fare dell’agricoltura il centro della loro vita. Lei, però, non condivide fino in fondo il suo entusiasmo. Fin dall’inizio guarda con una certa diffidenza alla condizione della moglie di un agricoltore, consapevole di quanto possa essere fragile una vita interamente affidata ai raccolti e alla fortuna. Accetta comunque di provare, e proprio questa differenza tra il suo realismo e l’ostinato ottimismo di Almanzo diventa uno degli elementi più interessanti del romanzo.

La trama segue il trascorrere di quattro anni e mantiene la struttura tipica della saga: non c’è un’unica grande avventura, ma una successione di stagioni, lavori, speranze e imprevisti. La fattoria cresce poco alla volta. Si semina, si raccolgono i campi, si acquistano animali e macchinari, si fanno progetti e soprattutto si calcola continuamente quanto denaro sia necessario per andare avanti. Nei romanzi precedenti Wilder aveva già raccontato la fatica della vita dei pionieri, ma qui il peso economico diventa molto più evidente. Un raccolto riuscito può significare la possibilità di saldare un debito; una stagione sbagliata può compromettere mesi di lavoro. La casa stessa non è soltanto un rifugio: è parte di un equilibrio economico sempre precario. Anche Laura cambia. Rimane concreta, indipendente e incapace di abbandonarsi facilmente all’ottimismo, ma deve adattarsi a una vita molto più impegnativa di quella immaginata. Impara nuovi lavori, affronta responsabilità domestiche e familiari e continua a trovare piccoli momenti di felicità persino quando le circostanze sembrano remare nella direzione opposta. Almanzo, invece, resta fedele alla propria idea della terra: anche davanti alle difficoltà continua a pensare che il raccolto successivo, un nuovo investimento o un diverso progetto possano finalmente cambiare le cose.
La natura torna così a essere una presenza decisiva, forse ancora più dura che nei volumi precedenti. Il vento, il gelo, la siccità, le tempeste e il fuoco non sono semplicemente elementi atmosferici: possono cancellare in poche ore il lavoro di un’intera stagione. Wilder descrive questi eventi senza trasformarli in scene spettacolari. Arrivano quasi improvvisamente, interrompono i progetti e obbligano Laura e Almanzo a ricominciare. È proprio questa normalità della catastrofe a colpire: vivere nella prateria significa sapere che nessuna sicurezza è davvero definitiva. Ci sono naturalmente anche momenti più luminosi. La famiglia si allarga, compaiono nuovi legami con i vicini, la casa prende forma e il rapporto tra Laura e Almanzo diventa sempre più quello di due persone che devono affrontare insieme ciò che arriva. Ma il romanzo non idealizza mai la vita matrimoniale né quella rurale. L’amore esiste, ed è forte, ma non basta da solo a rendere facile il quotidiano. 


La scrittura, proprio perché meno rifinita, è anche più brusca. Gli avvenimenti si susseguono con maggiore rapidità e mancano spesso quelle lunghe descrizioni sensoriali che rendevano indimenticabili la prateria, il Plum Creek o il Silver Lake. Eppure questa essenzialità si adatta bene alla fase della vita raccontata: Laura non ha più tutto il tempo per meravigliarsi del mondo, perché deve lavorare dentro quel mondo. I primi quattro anni è quindi una conclusione insolita ma coerente per la saga. Non chiude la storia con l’immagine rassicurante di un futuro finalmente conquistato. Mostra piuttosto quanto sia difficile costruirlo giorno dopo giorno. Se i primi volumi raccontavano soprattutto la capacità della famiglia Ingalls di ricominciare, questo racconta la stessa ostinazione trasferita nella vita adulta di Laura. La frontiera non è più una promessa lontana: è diventata casa. E proprio allora Laura scopre quanto lavoro serva perché una casa possa continuare a esserlo.

Laura Elizabeth Ingalls Wilder (Pepin, 1867 – Mansfield, 1957) aveva appena quattro anni quando suo padre decise di lasciare il Wisconsin per cominciare una nuova vita nei territori messi a disposizione dei coloni dal governo americano. Fu solo il primo dei numerosi spostamenti che la famiglia dovette affrontare in quegli anni. Studentessa brillante, nonostante i lunghi soggiorni in zone isolate e prive di scuole, Laura riuscì a coronare il sogno di dedicarsi all’insegnamento. Dalle sue memorie sviluppò la saga letteraria Little House, che ebbe un grandissimo successo. A partire da questo volume, il terzo dei nove scritti dalla Ingalls, prese avvio l’omonima serie televisiva, che in Italia andò in onda dal 1977 e fu amatissima, come ovunque nel mondo.

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