La recensione del film "Fai bei sogni", tratto dall'omonimo romanzo di Massimo Gramellini

Recensione a cura di Eleonora Cocola

Torino, anni sessanta. Massimo ha nove anni quando perde sua madre; per via di un infarto fulminante, gli spiega il padre in uno dei rari momenti in cui attenua la fredda barriera di distacco che lo separa dal figlio. La vita gli ha tolto prematuramente quello di cui ogni persona ha più bisogno
– l’amore materno incondizionato, quell’amore che è pura accoglienza, accettazione, calore. Impossibile per Massimo ritrovare tutto questo, durante l’infanzia dovrà misurarsi con la granitica freddezza del padre e con il rifiuto della governante a “fargli da madre”; durante l’adolescenza maschererà la sua perdita dicendo ai compagni che sua madre è a New York e sbircerà con malinconia l’affetto che i suoi amici ricevono dalle loro mamme. Da adulto, giornalista affermato, il vuoto dell’infanzia tornerà a tormentarlo sotto forma di attacchi di panico.

Chiunque abbia letto il primo romanzo di Massimo Gramellini si avvicinerà al film con curiosità, chiunque conosca Marco Bellocchio si domanderà come il regista abbia trasposto su pellicola il romanzo italiano più amato degli ultimi anni. Ecco, sarebbe meglio evitare il confronto, perché libro e cinema sono due mezzi profondamente diversi, ed esistono numerosissimi modi per gestire il passaggio dall’uno all’altro – dalla traduzione fedele alla “semplice” ispirazione. È quest’ultima la modalità scelta da Bellocchio, che ha seguito la storia in modo abbastanza preciso ma interpretando il romanzo, facendone sue le tematiche e le atmosfere. E puntando sulla recitazione eccezionale dei protagonisti: notevoli in particolare Valerio Mastandrea nei panni di Massimo adulto e Barbara Ronchi che interpreta la madre; ma la vera star è Nicolò Cabras, credibilissimo come piccolo Gramellini (sicuramente non era una priorità del regista, ma comunque per chi conosce il personaggio non guasta) e incredibilmente vero, espressivo e commovente.

È l’assenza la vera protagonista del film di Bellocchio, il vuoto affettivo che prende la forma orrorifica di Belfagor, mostro ricorrente nella fantasia del ragazzino in cerca d’affetto, immagine macabra che si sposa perfettamente con l’atmosfera cupa, a volte claustrofobica del film. Quando la trama si allontana dalla sua tematica principale per digressioni narrative riguardanti le esperienze da giornalista di Massimo adulto, che non aggiungono granché alla pellicola nel suo compesso, il film perde un po’ di forza. Il motivo dell’assenza è talmente forte ed è trattato in modo talmente delicato e silente, che è tranquillamente in grado di reggere da solo il film: le immagini evocative, le filastrocche poplari, i lunghi sguardi sono più che sufficienti per catturare l’attenzione dello spettatore ed emozionarlo profondamente. Specialmente nella scena finale, che riassume l’idea dell’assenza canzonandola, trasformandola nel gioco della finta scomparsa.

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