Recensione: La fine della solitudine, di Benedict Wells

Titolo: La fine della solitudine
Autore:
Benedict Wells
Editore: Salani
Pagine:
307
Anno di pubblicazione: 2017

Prezzo copertina: 15,90 €


Recensione a cura di Eleonora Cocola

Tolstoj scriveva che tutte le famiglie felici si assomigliano, mentre ogni famiglia infelice è infelice a suo modo. I Moreau sono proprio la classica famiglia felice: due genitori innamorati, mamma bellissima e carismatica che delizia tutti intonando Moon River, tre figli che si punzecchiano a vicenda ma si vogliono un gran bene. Giusto una catastrofe può spezzare un’armonia così perfetta, ed ecco che con un incidente d’auto la vita dei fratelli Moreau cambia completamente. Liz, Jules e Marty finiscono in collegio, e per un bel po’ di tempo le loro strade si dividono. La morte dei genitori spezza tutti e tre, anche se in modo diverso: Liz, la bellissima e sfrenata sorella maggiore, prende
la strada dell’LSD e passa con disinvoltura da un ragazzo all’altro; Marty si isola e fa fortuna sfruttando gli albori di internet, ma nel contempo sviluppa anche una serie di manie ossessivo compulsive; e infine Jules, il più piccolo nonché voce narrante del romanzo, che si chiude in se stesso e diventa timidissimo.

I tre fratelli finiscono per allontanarsi, e per anni l’unica persona con cui Jules ha un legame vero è Alva, la ragazzina che gli si siede di fianco a scuola e che passa i pomeriggi ad ascoltare musica con lui. Jules non ha perso solo i suoi genitori, con la loro morte è scomparsa anche una parte di lui: il ragazzino esuberante, vivace e temerario, con la passione per la fotografia e la scrittura diventa un adolescente chiuso in se stesso e poi un uomo indeciso, sperduto, che non sa cosa fare della propria vita. Per ritrovarsi gli ci vorrà molto tempo e un paio di tentativi di carriera falliti; ma soprattutto gli ci vorrà Alva, l’amica e l’amore di sempre, a cui la vita lo farà ricongiungere, anche se tardi. Da un letto di ospedale dove il protagonista, ormai quarantenne, si trova dopo un incidente in moto, ripercorriamo a ritroso la storia di Jules: una vita fatta di lutti e perdite, uno dopo l’altro. Alva diceva che la vita è un gioco a somma zero: a un certo punto il dolore e le disgrazie verranno bilanciate con una buona dose di felicità. Jules non è d’accordo, e la sua storia ne è una prova: a volta la vita toglie e basta, senza bilanciare niente.

La fine della solitudine è stato paragonato a Love Story, e già questo può far intuire la piega che prenderà la storia. Il paragone però può trarre in inganno, non aspettative un libro pieno di sentimentalismo che punta a smuovere il vostro lato più emotivo e compassionevole: le vicende drammatiche che coinvolgono il protagonista sono narrate con grande delicatezza, senza un briciolo di auto commiserazione. La struttura narrativa, che parte con un flash-back ripercorrendo la vita del protagonista fino al presente, è pensata con intelligenza e si premura di disseminare continuamente indizi e accenni che incrementano la curiosità del lettore. Nonostante la trama, il libro è tutt’altro che pesante, e sa alleggerire spesso la drammaticità degli eventi con un pizzico di ironia.

Impossibile non rimanere colpiti dai personaggi, ben caratterizzati e descritti molto bene, e impossibile non simpatizzare col protagonista Jules. Il quale per altro è uno scrittore, e proprio attraverso la scrittura esorcizza i suoi lutti e fa pace col destino: per Jules quella vita fatta di lutti, perdite e sofferenza non è che una delle alternative possibili; un po’ come una delle storie che lui stesso ha scritto, in cui un uomo di notte, nei sogni, vive una vita parallela a quella reale, con un’altra moglie, un altro lavoro, degli altri figli.

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