Recensione: "La truffa del secolo" di Olivier Marchal. Al cinema dal 28 giugno

Recensione a cura di Mario Turco

"Un proverbio arabo dice che solo tre cose danno valore a un uomo: l'autorevolezza, la ricchezza e la sfortuna. Io sono stato sfortunato e fortunato da conoscerle tutte e tre. Non so se questo fa di me un uomo buono o cattivo, so soltanto che il denaro è inutile quando dobbiamo morire". Basterebbe l’incipit/epilogo de “La truffa del secolo” (solito titolo-
fuffa della distribuzione italiana che traduce così l’asciutto “Carboine”) a dare il senso artistico dell’ultimo film di Olivier Marchal, regista di quel “36- Quai des Orfèvres” che troppo frettolosamente aveva fatto gridare alla rinascita del polar francese. Non basta raccontare sordide vicende criminali ammantandole di una poetica cinica e bara (il sopraccitato inizio alla “Carlito’s way”) per essere riconosciuto come l’erede del nuovo millennio di Jean-Claude Melville e compagnia filmante. L’ultimo film di Marchal, singolare figura di ex-poliziotto poi datosi alla regia, è uscito nelle sale italiane a fine giugno, pronto per essere digerito da un pubblico che nella penuria di uscite estive sperava di poter raccogliere una perla lasciata a sedimentare a favore di epopee disneyane. Solo che “La truffa del secolo” in poco meno di venti minuti riesce a creare buone speranze per abbatterle nel restante corso della pellicola con una messinscena che riesce ad essere visivamente patinata e contemporaneamente, dal punto vista della sceneggiatura, un concentrato di facilonerie narrative che vanno a cozzare con la pulizia visiva della fotografia. 

Siamo ancora una volta di fronte un malinteso poiché cinema ruvido non vuol dire mancanza di approfondimento: sorvolare sui meccanismi di verosimiglianza, in un film che vuol essere un’istantanea cinica del presente, è imperdonabile. “La truffa del secolo” cosparge la storia vera da cui è tratto d’una polvere di genere noir, fatta di cappotti lunghi e gel sui capelli, che va ad opacizzare con una nebbiolina d’ambizione la chiarezza generale. Si resta interdetti dall’accumulo confuso dei fatti principali: un industrialotto pacioccone della provincia francese che si occupa di trasporti riesce a creare un raggiro ai danni dello Stato francese quasi da solo facendo usi di strumenti d’alta finanza e inserendosi sulle maglie larghe di una legislazione ambientale che favoriva il mercato di quote di CO2 per le aziende. Inoltre l'interesse del regista verso le dinamiche psicologiche dei suoi personaggi e le relazioni che si vengono a instaurare tra di essi è così sbalestrato da far sbandare in un paio d’occasioni il suo stile verso pasticciati stilemi americani, come nel caso della vertiginosa ascesa criminale di Antoine fatta con un montaggio simil-scorsesiano di mortificante risultato o l’improbabile successo che arride ai componenti della banda in appena tre mesi. 

Il film di Marchal sembra badare solo a gettare cupezza filosofica sul tentativo di quest’uomo di liberarsi dalla tirannia del ricco suocero. La struttura a cerchio della storia è così rigida però da non lasciar entrare altri spiragli, altre micro-storie che sapessero suggerire eventuali punti di fuga o riflessioni. Per un determinismo ambientale così cocciuto ci sarebbe voluta forse una forma meno industriale, un radicalismo estetico che facesse il paio con quello che sicuramente era presente in fase di stesura. Marchal, a differenza delle sue precedenti opere, si accontenta di connotare una storia che non ha scritto con il suo stile grezzo e, al contempo, sceglie di adagiarsi su forme di raccordo troppo consuete per i punti focali che probabilmente sentiva più vicini a lui come il milieu della criminalità, il fatalismo delle scelte, l’impossibilità del riscatto. “La truffa del secolo” si configura allora alla stregua di quei prodotti culturali che tanti critici lodano più per quello che mette in scena che per come lo fa.

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