La recensione dello spettacolo teatrale "Era meglio nascere topi", in scena al Teatro Studio Uno di Roma fino al 28 Aprile

Recensione a cura di Mario Turco

I fatti di Torre Maura ci spaventano, ci preoccupano, ma sicuramente non ci sorprendono: tristemente, ce lo aspettavamo”. Recita così l'incipit della brochure dello spettacolo teatrale “Era meglio nascere topi”, che al debutto in prima assoluta resterà in scena al Teatro Studio Uno di Roma fino al 28 Aprile. Recita così e a ragione, perché basta ascoltare ogni giorno i tg o fare un giro sui social per vedere come la marea d'odio ormai non stia pericolosamente salendo a livelli inaccettabili ma abbia già spazzato qualunque tipo di discorso pubblico si voglia imbastire sulla questione Rom. Ed allora lo spettacolo scritto da Debora Benincasa che la vede sul palco insieme a Marco Gottardello si trova, pur senza cercare la polemica a tutti i costi, ad assumere i contorni di una riflessione quantomai urgente. 

Nato infatti da una precedente esperienza molto simile, la protesta di una piccola cittadina di periferia ove era stato istituito un campo nomadi, “Era meglio nascere topi” raccoglie esperienze extra-teatrali dell'autrice come animatrice culturale verso questa minoranza. Una volta divenuto testo teatrale la Benincasa lo affina attraverso continui incontri con le realtà che si occupano del fenomeno arrivando a vincere il bando di Re.te ospitale 2018 promosso dalla Compagnia Petra. Lo spettacolo non risente però di questa lunga gestazione e di questa pluralità di spunti riuscendo a convogliarli attraverso una ri-scrittura ricca e frammentaria. La storia dei due personaggi principali, Maria e Gabriele, che li vede protagonisti delle proteste dei residenti della zona verso i nomadi che stazionano oltre il loro “PPP: Presidio di Protesta Permanente” nei giorni precedenti il Capodanno, è continuamente inframmezzata da inserti colmi degli stereotipi che si sentono ad ogni bar mediatico. E quindi vai di “gli zingari rubano i bambini”, nonostante una ricerca dell'Università di Verona nel decennio che va dal 1986 al 2007 abbia constatato come nelle Procure italiane non vi sia un solo rom condannato per questo reato; vai di “Non si vogliono integrare” (come se tutti gli italiani lo facessero quando emigrano) dimenticando le persone che l'hanno fatto come l'attrice Dijana Pavlović; vai di “Mio cognato dice che non vogliono lavorare”, presa in giro sardonica delle apodissi parentali/populiste su cui spesso sono basati tali filosofie. 

Era meglio nascere topi” si mantiene comunque distante dai discorsi retorici e basa tutta la sua forza su una recitazione straniante e parossistica. Il filo logico della narrazione viene spesso fatto esplodere da gesti inconsulti, da slogan razzisti cantati con violenza demoniaca, da non-sense che rompono il senso proprio perché sono stanchi di quello comune che supinamente viene loro affidato. In queste parti lo spettacolo funziona bene e s'aggancia alla realtà senza forzature mostrando come l'emergenza rom duri almeno da dieci anni. Dove purtroppo il testo s'incarta un po' sono le storie personali dei due protagonisti che cercano chissà perché di fornire un sostrato psicologico a Maria e Giovanni e i riferimenti biblici, addirittura esplicitati in un passaggio abbastanza pretestuoso. Si tratta comunque di inezie dato che lo spettacolo si trova solo da oggi a doversi confrontare con chi nella Capitale vive continuamente queste contraddizioni e può ancora essere levigato. Ad esempio con i fatti di Torre Maura che suggeriscono come grazie alla forza dell'assenza di pregiudizi perfino un quindicenne può calare il velo sull'opportunismo politico di questo clima d'odio e paura continuamente alimentato.

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