Recensione: La tua vita e la mia, di Majgull Axelsson

Titolo: La tua via e la mia
Autore: 
Majgull Axelsson
Editore: Iperborea
Pagine: 346
Anno di pubblicazione: 2019
Prezzo copertina: 18,50 €

Recensione a cura di Marika Bovenzi

Come sempre la casa editrice Iperborea non delude mai le aspettative dei lettori avidi di romanzi di un certo spessore. Quelli in cui vengono messe a nudo intere società, e analizzate al microscopio tutte quelle tematiche profonde che caratterizzano diverse culture. Questa è la volta di Majgull Axelsson, una scrittrice svedese che con il suo libro intitolato La tua vita e la mia, ha portato all’attenzione dei lettori italiani una storia cruda e veritiera. Protagonista indiscussa di questo viaggio è Märit, un’ex giornalista in pensione che vive a Stoccolma e che per i suoi settant’anni ha deciso di festeggiare il compleanno insieme al fratello gemello Jonas, il quale risiede ancora nella cittadina della loro infanzia, Norrköping. 

Durante il viaggio in treno, viene assalita dai ricordi della sua giovinezza, e in particolar modo da quelli relativi al fratello Lars, la cui vita non è mai stata semplice e fin da giovane fu internato in un manicomio. La nostra protagonista così, decide di scendere a Lund per cercare la tomba dei malati di Vipeholm, dove fu rinchiuso suo fratello in seguito ad una crisi avuta per la morte di sua madre. Märit vuole delle risposte a delle domande che per circa cinquant’anni le hanno tormentato la memoria: perché suo fratello, evidentemente autistico, veniva trattato alla stregua della società? Perché tutti nella sua famiglia ignoravano la sua assenza? Cosa subiva Lars in quel manicomio? Sono questi i quesiti che la protagonista indaga, ripercorrendo le fragili memorie di una famiglia apparentemente perfetta che nel lontano 1962 non esitò a far sparire un membro, ignorandone persino l’esistenza. Märit inoltre, mette a nudo la falsità della società svedese dell’epoca che sosteneva un modello di uguaglianza e solidarietà da cui furono però escluse le persone diverse.

Lo stile dell’autrice è fluido, e caratterizza un linguaggio semplice e di facile comprensione, nonostante le tematiche crude e di forte impatto. A mio avviso, l’autrice senza troppi giri di parole ci racconta in modo diretto delle atrocità, dei dolori e delle difficoltà che le persone autistiche, i disabili e le persone affette dalla sindrome di down subivano in Svezia; di come gli ospedali fossero delle vere e proprie prigioni in cui i malati venivano tormentati, torturati e straziati; dell’impatto che il “diverso” aveva sulla società del tempo finendo per essere trattato peggio di una malattia; delle famiglie di queste persone che non nutrivano affetto o sensi di colpa, bensì fastidio e indifferenza. Per quanto riguarda la protagonista invece, è una donna forgiata da anni e anni di esperienza, dolori, pene taciute, affetti strappati, che dopo una vita di ripensamenti decide di dare una svolta e un valore alla sua memoria e a quella di suo fratello Lars. In conclusione è una storia davvero interessante in cui l’autrice racconta al lettore un lato oscuro della società svedese.

L'AUTRICE
Majgull Axelsson (1947), scrittrice, drammaturga e giornalista, è una delle più apprezzate autrici svedesi, tradotta in ventitré lingue e premiata con l’ambito Augustpriset. Dopo essersi affermata con inchieste su spinose problematiche sociali, come la prostituzione infantile nel Terzo mondo e la povertà in Svezia, ha esordito con successo nella narrativa, coniugando l’attenzione per le ingiustizie e per le condizioni di disagio materiale ed esistenziale con una grande capacità di calarsi nei destini dei suoi personaggi. È cresciuta a Nässjö, dove si svolge parte della vicenda narrata in Io non mi chiamo Miriam.

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