Recensione: Finalmente Parigi, di Mark Twain

Titolo: Finalmente Parigi
Autore: Mark Twain
Editore: Mattioli 1885
Pagine: 161
Anno di pubblicazione: 2019
Prezzo copertina: 16,00 €

Recensione a cura di Mario Turco

Quando i viaggi non si regalavano al proprio partner in occasioni di feste e la gente poteva spostarsi solo con la propria fantasia la lettura odeporica suppliva a uno dei bisogni più primitivi dell'uomo. Se fino a qualche secolo fa l'esotismo delle mete toccate dal narratore (Il Milione, di Marco Polo tanto per fare l'esempio più celebre) era motivo bastante a soddisfare la sete conoscitiva dei lettori, già dal Settecento i racconti di viaggi presero ad assumere una forma più compiuta, con particolari escursioni nella galanteria sessuale (Giacomo Casanova) o nella fantasia più sfrenata (I viaggi di Gulliver, di Johnatan Swift). Ma fu il secolo dopo a vedere l'enorme proliferazione del genere, forte dell'appeal suscitato nei ceti borghesi che avevano ereditato dagli aristocratici l'idea del viaggio in Europa come tappa iniziatica della loro formazione culturale. È così che anche un giovane Mark Twain, pseudonimo di Samuel Langhorne Clemens (Florida, 30 novembre 1835 – Redding, 21 aprile 1910), allora misconosciuto giornalista statunitense non ancora autore de “Le avventure di Huckleberry Finn” diede alle stampe il resoconto della sua avventura al di là dell'Atlantico attraverso la pubblicazione de “Gli innocenti all'estero”.


La casa editrice Mattioli 1885 ha recentemente portato in Italia questo esordio suddividendolo in due parti avvalendosi ancora una volta della traduzione di Livio Crescenzi. “Finalmente Parigi” è il resoconto della prima metà del viaggio che Twain fece e mostra alcuni segni della grandezza letteraria che abbagliò perfino Hemingway: “Tutta la letteratura moderna statunitense viene da un libro di Mark Twain, Huckleberry Finn. (...) Tutti gli scritti Americani derivano da quello. Non c'era niente prima. Non c'era stato niente di così buono in precedenza”. La storia dell'imbarco sul piroscafo Quaker City è narrata con dovizia di particolari cronachistici nel primo capitolo del libro. Twain cerca infatti da subito la complicità del lettore ponendosi più come un paritario compagno di viaggio piuttosto che come esteta libero di far scorrazzare la propria penna sui prati liberi dello stile. Come scrive egli stesso nella prefazione vuole “mostrare l'Europa e l'Oriente come se i lettori li vedessero con i propri occhi, non con gli occhi dei viaggiatori precedenti”. Lo sguardo dello scrittore statunitense è quello di un materialista fiero dell'industriosità e della civiltà del proprio popolo che non nutre nessuna soggezione verso la millenaria e raffinata storia europea. Se da un parte questa rudezza d'approccio genera esiti fortemente ironici dall'altra a volte scade in un'impresentabile sciovinismo. Si veda ad esempio l'odio palesemente professato verso i portoghesi colonizzatori delle Azzorre, prima tappa di avvicinamento al continente europeo, che avevano come ulteriore stigma quello di praticare una fede religiosa opposta al protestantesimo a stelle e strisce: “Il buon cattolico portoghese si fece il segno della croce e pregò Dio di proteggerlo da qualsiasi desiderio blasfemo di avere maggiori conoscenze rispetto a quante ne avesse suo padre prima di lui”. O la generalizzazione a mo' di guida turistica compiuta ai danni dei marsigliesi: “Questi abitanti di Marsiglia compongono inni marsigliesi, fanno magliette della salute marsigliesi, e sapone marsigliese che spediscono in tutto il mondo; ma quanto a loro, beh, non cantano mai gli inni marsigliesi, non indossano mai le loro magliette della salute e non si lavano mai con il loro sapone”. 


L'arrivo e il giro a Parigi, che occupano la seconda metà del libro, fanno ulteriormente lievitare il punto di vista del novello turista mordi e fuggi, convinto di poter esprimere sommari giudizi su un popolo, la sua storia e i suoi costumi dopo una visita frettolosa. “Finalmente Parigi” si trova così paradossalmente a raggiungere le più alte punte di piacevolezza stilistica quando volge il proprio sarcasmo verso gli uomini piuttosto che verso i luoghi. La descrizione ad esempio dell'Oracolo, compagno di bordo che discetta su tutti gli argomenti con parole piene di sillabe e citazioni di autori mai esistiti, ha connotati grotteschi molto attuali e psicologicamente incisivi. Così come le divertenti avventure con Monsieur Billfinger, guida preposta alla narrazione culturale del proprio Paese ma più interessato a far acquistare ai loro danarosi clienti stoffe di seta, riescono a far ridere di gusto. “Finalmente Parigi” risente insomma del clima didattico del tempo e non sa staccarsi del tutto dall'equivoco di voler essere in primo luogo un manuale di viaggio. Peccato, perché la sardonica rilettura di Abelardo ed Eloisa, celebri amanti sepolti al cimitero di Père Lachaise e continuamente omaggiati da frotte di giovani dal cuore infranto, fa intravedere solo alla fine la grandezza del Twain così generosamente omaggiato da Hemingway.

L'AUTORE
Mark Twain è lo pseudonimo di Samuel Langhorne Clemens (1835-1910). Umorista, scrittore e conferenziere, Twain è considerato uno dei padri della narrativa americana. Tra i suoi numerosi capolavori, si ricordano Le avventure di Tom Sawyer (1876), Le avventure di Huckleberry Finn (1885), Un americano alla Corte di Re Artù (1889).

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