Nel centenario della nascita, la recensione di "Edificio Fellini. Anime e corpi di Federico", di Isabella Cesarini

Titolo: Edificio Fellini. Anime e corpi di Federico
Autore: Isabella Cesarini
Editore: Les Flâneurs Edizioni
Pagine: 160
Anno di pubblicazione: 2019
Prezzo copertina: 14,00 €

Recensione a cura di Mario Turco

Nel centenario dalla nascita l'Italia ha deciso di fare definitivamente di Federico Fellini uno dei suoi monumenti, l'archetipo del genio peninsulare da mostrare al mondo intero per la sua irripetibilità tutta mediterranea. Più che raccontare di lui, insomma, si vuol far credere che questo Paese sia ancora, nonostante le innumerevoli magagne, la terra dell'arte che condizioni storiche, politiche ed economiche sempre meno influenti nello scacchiere mondiale non riescono comunque a livellare verso la mediocrità di altri Stati magari migliori dal punto di vista sociale ma non ancora così prolifici dal punto di vista culturale. In mezzo a questo tripudio di celebrazioni così intrise di nazionalismo, è forse meglio rivolgere l'occhio a piccoli saggi che cercano di sviscerare “l'anima inquieta” del regista riminese e che non hanno paura di cogliere i collegamenti con il ricchissimo humus letterario/cinematografico più marcatamente europeo al quale ascrivere la sua opera.


“Edificio Fellini”, di Isabella Cesarini uscito per i tipi de Les Flâneurs Edizioni nella collana Boulevard è un ottimo esempio di questo tipo di ricerca centrato direttamente sulle fonti. Come scritto nella quarta di copertina “questa è un'indagine sui personaggi che hanno incrociato la sua formazione e dunque la sua carriera, un viaggio tra le sue fondamenta culturali che va da Italo Calvino a Charles Dickens, da Tonino Guerra a Edgar Allan Poe, da Dino Buzzati a Gustavo Rol. Il tutto osservato attraverso la lente della psicologia analitica, poiché un'assidua frequentazione ha legato per molti anni il regista romagnolo a Ernst Bernhard, allievo di Jung”. Un proclama esegetico importante che sceglie però da subito più che puntare sull'imponenza accademica sull'agilità delle sue intuizioni e dei suoi accorti collegamenti. Cesarini è saggista ma soprattutto scrittrice (si veda il suo interessante sito nel quale l'avido lettore di barocchismi si può felicemente smarrire) dal limpido taglio espressionista, che vuole illuminare attraverso vari lampi e con la sua ricca sintassi l'altrettanto opulento corpus felliniano. In un elegante volumetto di 153 pagine, molto curato e con alcune scelte grafiche azzeccate (il potente nero su cui campeggiano i titoli dei capitoli) inevitabilmente qualcosa di questo ricchissimo oceano immaginifico andava sacrificato. E già nell'introduzione Cesarini fa capire cosa non sarà presente: “Fellini non è ascrivibile solo all'immagine, seppur epica, di Anitona che ancheggia dentro la cornice della fontana di Trevi”. 


Il fil rouge di “Edificio Fellini – Anime e corpi di Federico” è infatti il rintracciamento dell'importanza della psicanalisi junghiana che trova sotterranea modo d'espansione in tanti suoi personaggi, soprattutto quelli più distanti dal caos urbano di Roma. Nello strabordante “La città delle donne”, ad esempio, i capi d'accusa che la pletora di donne fa piovere sul capo di Snaporaz non lasciano adito ad ambiguità: “Non risponde alla domanda perché sei qui; non risponde alla domanda perché hai deciso di nascere maschio: non ha risposto all'invito di dire quello che sa; non trova la via d'uscita; non si è mai dato, abbandonato, fidato; non è in grado di fornire un perfetto piacere sessuale alla donna [...]”. Proprio su questo film il capitolo migliore del libro delinea per la sua purtroppo breve estensione un interessante parallelo tra quest'opera di Fellini e “Il processo”, di Kafka: “Il cappello di Kafka sul capo di Fellini è il passe-partout per entrare nella Città delle donne, un capoluogo descritto dall'elemento femminile e da un vorticoso labirinto di norme speciali”. Il parallelo tra Toby Dammit, mediometraggio apparso in “Tre passi nel delirio” e negli ultimi anni finalmente rivalutato profondamente dalla critica internazionale, e il racconto di Edgar Allan Poe da cui è ispirato “Mai scommettere la testa con il diavolo” elenca invece le analogie tra due artisti apparentemente agli antipodi. Anche se Fellini, da gran bugiardo qual'era, vuole marcare le distanze dicendo di aver letto il racconto dello scrittore statunitense solo sul set mentre giravano, Cesarini mostra come da egli “prende il messaggio più tonante: l'egemonia del male su ogni forma di bene”. 


Questi brevi stralci di “Edificio Fellini” fanno intuire come il libro sappia anche andare oltre la perseguita (qualche citazione diretta di Jung) analisi psicologica e riesca in realtà a delineare ottime riflessioni nei rapporti dichiarati e non tra letteratura e cinema. Dalle donne di Calvino che trovano parziale corrispettivo nei film con Giulietta Masina protagonista si giunge all'amore dichiarato per Dickens, dall'esoterismo di Buzzati e di Rol si arriva alla rilettura personalissima del mediocre Casanova in una costruzione artistica incredibile che solo il primo e il migliore dei felliniani poteva innalzare con quell'estro. Il miracolo dell'Edificio Fellini, insomma.

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