19 novembre 2020

Recensione: La passione di Frida, di Caroline Bernard

Titolo:
La passione di Frida
Autore: Caroline Bernard
Editore: Tre60
Pagine: 320
Anno di pubblicazione: 2020
Prezzo copertina: 16,00 €

Recensione a cura di Mario Turco

I suoi quadri prima dell'icona che divenne e delle icone votive che la ispirarono per tutta la vita, la donna prima della femminista (che comunque non era), la malata Frida Kahlo prima della “malattia Frida Kahlo”: la celeberrima pittrice messicana è uno dei maggiori brand culturale del pianeta, da tre decenni oggetto di un revival colto/popolare che impazza su moltissime forme artistiche, tra devozione sincera e altrettanto onesto sfruttamento commerciale. I suoi dipinti hanno sempre attinto con forza straordinaria da una vita da romanzo che, purtroppo per lei, non avrebbe avuto nemmeno bisogno di essere romanzata, tanto funesta e lacerante è stata. Caroline Bernard con il suo libro “La passione di Frida”, edito da Tre60 con la traduzione di Maria Carla Dallavalle, parte invece dai noti dati biografici della pittrice per cercare di far travasare ad un pubblico generalista - il romanzo è best seller in Germania con oltre 200.000 copie vendute - il senso autentico dell'opera della “donna simbolo dell'indipendenza femminile”, come campeggia nella copertina in cui una giovanissima Kahlo guarda enigmaticamente il lettore/spettatore dalla prima delle sue tele: “Autoritratto con abito di velluto”. 


Nella Nota dell'Autrice, che per maggiore onestà avrebbe dovuto essere posta all'inizio e non alla fine, l'autrice tedesca dichiara che “Questo libro è un romanzo. Per quanto possibile, mi sono attenuta alla biografia autentica dell'artista, ma in alcuni punti ho leggermente ritoccato le date degli eventi per far sì che si inseriscano meglio nella narrazione […] Si tratta dunque di un'interpretazione delle cose, la mia”. Un'interpretazione personalissima questa de “La passione di Frida” con la quale evidentemente gli estimatori di Kahlo hanno solo due scelte: aderire o essere respinti. Nelle trecento pagine di estensione infatti la storia della pittrice viene raccontata e ri-montata seguendo un gusto sentimentale da romanzo rosa in cui viene eliso sul nascere qualunque tentativo di critica estetica. Non c'è spazio nemmeno per l'aneddotica dato che i pochi eventi narrati passano sempre attraverso il setaccio ideologico di Bernard per uscirne sempre ammorbiditi dal filtro borghese dell'autrice. L'amore tra Diego Rivera e Frida Kahlo assume nel romanzo un peso specifico così sproporzionato da farlo pendere verso la famosa serie Harmony piuttosto che la ritrattistica popolare verso cui ragionevolmente avrebbe dovuto puntare. I pensieri di Frida continuamente riportati vertono sul fatalismo di una passione folla ed irrazionale ma in questo senso non fanno giustizia ad una personalità invece molto più sfaccettata di quella rappresentata. 


Ogni azione di Kahlo viene presentata esclusivamente come reazione ai tradimenti di Diego Rivera, alle sue idiosincrasie politiche e alla sua scapestrataggine comportamentale. Così le avventure con Lev Trockij e col fotografo Nick Muray vengono derubricate a paternalisti atti di ribellione scaturiti dalle primarie infedeltà del marito crapulone. Per far rientrare tutto in questo disegno assurdamente assolutorio Bernard tace alcuni fatti – la relazione con la fotografa Tina Modotti – ed insiste particolarmente su altri – la scappatella di Diego Rivera con Cristina, la sorella di Frida, viene raccontata con toni da telenovela. A fare le spese di questa smodata attenzione per la vita affettiva di Kahlo sono, come detto, gli accenni alla ricerca pittorica di una personalità adorata a ragione dai surrealisti e da tanti altri artisti successivi. Ricolmi di una semplicità da grandi tirature assolutamente non esecrabili ma anzi ben esemplificative di un pensiero medio saggio ed attento, frammenti come questo avrebbero meritato maggior spazio: “Nel conflitto interiore che dipingi, nelle colonne spezzate, nelle donne che sembrano non sapere se sono americane o messicane, in tutti i tuoi quadri trovo prove del fatto che tu, nella tua persona, rispecchi il conflitto del Messico, che non è finito nemmeno dopo la guerra civile. Hai capito? Tu sei il Messico in piccolo, in una persona. Il tuo corpo lacerato è l'immagine della divisione del nostro Paese.”