22 aprile 2021

La recensione del film "Anja - Real Love Girl", di Paolo Martini e Pablo Benedetti

Recensione a cura di Mario Turco

Confessioni di una mente pericolosa. Il titolo dell'esordio da regista di George Clooney potrebbe attagliarsi bene come sottotitolo di “Anja - real love girl”, di Paolo Martini e Pablo Benedetti attualmente disponibile sulle piattaforme CG Entertainment Amazon Prime Video, Chili e InfinityTv, dopo la presentazione al Lucca Film Festival Europa Cinema 2020 ed uno sfortunato passaggio nelle sale nell'annus horribilis che sappiamo. Il film, prodotto da Encom21, 011Films e LaLuzFilms, sta paradossalmente traendo vantaggio da questa situazione perché dopo la candidatura ai David di Donatello 2021 come Miglior Film Italiano continua a riscuotere un ottimo riscontro streaming, perlomeno di critica. Le lodi principali vertono sulla sua ricercata distanza dalla tradizione italica, recente e non, che ne farebbe un prodotto molto coraggioso perfino per un lungometraggio indipendente. In realtà “Anja - real love girl” si inserisce nella rinascita del cinema di genere nostrano che da alcuni anni sta intersecando, con una serie di sfumature a volte opache a volte cristalline, territori che fino a poco tempo fa gli restavano preclusi. E, come nel caso di tanti altri suoi colleghi, il pericolo che il film di Martini e Benedetti correva era più che altro quello di un provincialismo mascherato da internazionalismo: la presentazione, insomma, di una storia connotata come innovativa ma che invece, guardando ad un contesto internazionale, apparisse fortemente inflazionata. 


Diciamo subito che il lungometraggio riesce a scansare quasi del tutto queste secche lasciando che l'autorialità dell'operazione (dalla pregevole fotografia di Niccolò Francolini al finale sospeso) non ingolfi il ritmo che appare sostenuto nonostante il budget risicato. Il racconto della storia di André Golubev (l'intenso Roberto Caccavo), operaio di un’azienda di imbottigliamento acque con origini russe ed una tendenza all'abulia giustificata dalla sua grigia routine fatta di porno e cattivi rapporti coi colleghi, parte da un assunto sci-fi: la notte in cui perde il lavoro il porno shop Pink room, di cui è un assiduo frequentatore, gli offre la possibilità di noleggiare un visore per un’esperienza virtuale con una misteriosa escort dall'ammaliante parrucca rosa. Il video dell'esibizione di Anja, questa il nome scritto con un pennarello sull'etichetta sul cd, è però interrotto da un glitch che mostra la vera natura di quella performance soft-porn: la ragazza viene brutalizzata da gansters che le minacciano di togliere il figlio qualora non obbedisca ai dettami del loro capo, il misterioso Vicktor. Uscito sconvolto da quell'esperienza Andrè si scaraventa fuori casa e ad un incrocio sulla strada incontra proprio Anja Lùkina, la giovane protagonista del filmato. 


Da lì in poi il film compie una prima inversione di rotta mostrando il nascente sentimento tra due anime sbandate, ognuna a suo modo, ed accarezzando i lidi della tensione amorosa. Ma, proprio come nelle pellicole di genere, la repentina attrazione è solo la testa d'ariete per scardinare l'intera esistenza dei due personaggi, dato che entrambi rimangono coinvolti in pericolosi intrighi con la terribile mafia russa. Così “Anja - real love girl” sembra assestarsi sui codici espressivi del neo-noir di stampo metropolitano, con l'anti-eroe che prova a liberare la donna di cui si è invaghito dalle grinfie dei suoi carcerieri. Qui la sceneggiatura comincia a dosare con molta oculatezza indizi sulla veridicità di una messa in scena sempre più ingarbugliata: e se l'occhio di Andrè con cui lo spettatore si identifica fosse falsato dal trauma che ha vissuto da bambino? Ecco allora che la stramba detective story dell'ex-operaio si trasforma in un'indagine sull'anima e sui rimossi che freudianamente hanno a che fare con l'abbandono di un bambino spaurito in un orfanotrofio. Il film dei due registi nel pre-finale ha l'acume di non spiegare i significati razionali della vicenda (necessitanti solo di una riflessione più che di una re-visione) ma sconta purtroppo questa mancata didascalia in un finale che invece elargisce una cornucopia di significati poetici (l'abbraccio acquatico, la ridondante musica di Silvia Nair) a parziale compensazione.