1 aprile 2021

Recensione: Di un tono apocalittico. Adottato di recente in filosofia. Testo francese a fronte, di Jacques Derrida

Titolo:
Di un tono apocalittico
Autore: Jacques Derrida 
Editore: Jaca Book
Pagine: 112
Anno di pubblicazione: 2020
Prezzo copertina: 15,00 €

Recensione a cura di Mario Turco

“E nella mano destra di Colui che sedeva sul trono vidi un rotolo scritto dentro e fuori, chiuso da sette sigilli”. L'Apocalisse è sempre adesso, racchiusa nei suoi simboli dell'oggi così trasparenti da diventare criptici per il futuro. E quella biblica di Giovanni, il libro escatologico più famoso dell'Occidente da cui abbiamo tratto la citazione in esergo, è l'esempio più lampante di questa letteratura apocalittica/apodittica: la fine è annunciata, bisogno solo capirne il tono. “Di un tono apocalittico adottato di recente in filosofia”, di Jacques Derrida ripubblicato da Jaca Book nel 2020 in un'edizione rivista a cura di Silvano Facioni che ha il grande pregio di annoverare il testo originale a fronte, è il grimaldello teorico con cui cercare di ottemperare ad un compito che nell'epoca dell'unica vera grande apocalisse, quella climatica – e che a differenza dell'immaginario non esplode ma stilla venefica su chi l'ha causata – si è fatto dirimente. 


Era stato proprio il filosofo francese padre del de-costruttivismo in questo suo piccolo ma importante lavoro, pronunciato oralmente nel 1989 durante la prima decade di studi di Cerisy-la-Salle dedicata al suo lavoro, a riconoscere l'urgenza di un discorso sui discorsi (da qui in poi i giochi di parole saranno un omaggio al suo stile) della catastrofe. Di un tono apocalittico adottato di recente in filosofia parte proprio dall'insegnamento del suo maestro Martin Heidegger che dopo aver fatto morire la vita in “Essere e tempo” del 1927 aveva decretato anche la fine della filosofia. Derrida constata però che in realtà tra gli stessi filosofi non sono mai mancati già nei secoli passati quanti declamavano surrettiziamente una morte della filosofia attraverso “la fine della lotta delle classi, la morte di Dio, la fine delle religioni, la fine del cristianesimo e della morale, la fine del soggetto, la fine dell’uomo, la fine dell’Occidente, la fine di Edipo, la fine della terra”. Insomma, come se fosse invaso da una pulsione catartica che permettendogli di scorgere la fine gli permetta di invocare un nuovo inizio, l'uomo si è sempre servito di questo tipo di letteratura per scopi a volte contigui ma spesso sostitutivi del ragionamento analitico. E quando si fa riferimento a questo tipo di Logos non si può che andare all'esempio più illuminato, e cioè al pensatore che vedeva “il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”, Immanuel Kant. 


Il titolo stesso di quest'opera di Derrida che conta 100 pagine sin dal titolo si mette infatti in correlazione “secondo la citazione”, ma anche nello stile della trasformazione e della parodia, con il famoso testo di Kant, “D’un tono da signori assunto di recente in filosofia”. In questo piccolo libro edito nel 1796, Kant attaccava frontalmente i mistagoghi che rifiutavano le catene serrate di speculazioni basate su evidenze e serrate riflessioni per rifugiarsi in un pensiero fatto di allusioni e cripticismi, teso a raggiungere la (presunta) verità tramite l’esaltazione mistica. Sono codesti portatori di un sapere profetico ed iniziatico riservato solo agli eletti che condividono una lingua volutamente settaria a decretare la morte della filosofia, come intesa dal filosofo di Königsberg. Derrida parte da questa critica illuminista all'oscurantismo dei pensatori apocalittici di ogni tempo ma, a differenza del suo predecessore, vuole cercare di capire “la vibrazione differenziale” che rende possibili e affascinanti questi tipi di discorso. Se Kant gli contrapponeva il suo ideale puro di ragione, basato sulle “magnifiche sorti e progressive” del sapere umano, il filosofo francese non li esclude dal suo interesse dato che uno dei centri nevralgici del suo pensiero è la continua fagocitazione ermeneutica ed ontologica dell'Altro. Come riassume bene il curatore del testo Silvano Facioni in un'intervista, uno dei filoni principali della sua eredità culturale “potrebbe raccogliersi nell’idea secondo cui non c’è esperienza, mondo, soggetto, pensiero, parola, scrittura, senza altro (che, attenzione, non è solo l’altro inteso come individuo) e, più ancora, che questo altro, c’è già da sempre, da prima che un soggetto o un io possano rapportarvisi o pensarlo”. Così tutti i discorsi sulla fine, anche quelli ammantati dalle fumisterie oracolari, nascondono un invito che deve essere compreso e ove possibile raccolto. Ne è un esempio il misterioso “Vieni” che apre, ancora una volta, l'Apocalisse di Giovanni. Come avverte Derrida nel suo testo: “Sarete forse tentati di chiamare questo il disastro, la catastrofe, l'apocalisse. Ora in realtà si annuncia qui, promessa o minaccia, un'apocalisse senza apocalisse, un'apocalisse senza visione, senza verità, senza rivelazione, degli invii (perché il "vieni" è plurale in sé), degli indirizzi senza messaggio e senza destinazione, senza destinatore o destinatario decidibile, senza giudizio finale, senza altra escatologia che il tono del "Vieni", la sua stessa differenza, un'apocalisse al di là del bene e del male. "Vieni" non annuncia tale o talaltra apocalisse: risuona già con un certo tono, è in se stesso l'apocalisse dell'apocalisse, Vieni è apocalittico ”. In fondo tutte le apocalissi sono un invito ad andare nel mistero.