Recensione: Falling star, di Daria D.

Titolo:
Falling star
Autore: Daria D.
Editore: Brè
Pagine: 228
Anno di pubblicazione: 2021
Prezzo copertina: 12,00 €

Recensione a cura di Mario Turco

La fabbrica dei sogni, come in ogni industria che (mal) si rispetta, ha i proprio morti sul lavoro. Ad Hollywood si cade perfino molto più spesso di quanto si salga ma le narrazioni che fanno immaginario, si sa, sono quelle enfatizzate sul successo dei singoli piuttosto che su questa disfatta collettiva. "Falling Star”, di Daria D. (pseudonimo di Daria D. Morelli) romanzo edito da Brè editore e pubblicato nel 2021, si fa cantore della genia di chi non ce l'ha fatta pur credendoci, di chi ha toccato le vette per poi precipitare sotto le spinte dell'inarrestabile marciume che lo divorava dentro, dei morti di fame e dei morti di fama. O ancora, per operare una migliore categorizzazione e contemporaneamente affidarsi alle parole della quarta di copertina scritta dalla stessa autrice: “Falling star sono scrittori, attori, registi, veterani, senzatetto, indiani, uomini e donne comuni, ricchi e poveri, vittime, colpevoli, folli, e tanti altri personaggi che ci hanno provato ma per un motivo o per l’altro sono caduti nel fango, dimenticati, suicidati, ammazzati, lasciati crepare in un vicolo buio o in una riserva. Oppure, ci si sono messi con le loro stesse mani, nella shit… A loro va il mio Requiem”. 


L'attrazione provata da Daria D. per queste stelle cadenti, sempre al centro delle sue narrazioni sia nei racconti della prima parte sia nei componimenti poetici (ci torneremo) della seconda, deriva in special modo dalle molte occasioni di incontro ravvicinato che ha avuto con questi esseri durante gran parte della sua vita: l'attrice/autrice, come riportato nell'autobiografia che chiude il libro, è stata assistant manager alla Rizzoli di Beverly Hills ed autista di limousine per dodici anni nella città degli angeli. Falling star compie quindi un'operazione di stampo squisitamente bukowskiano – lo stile ne è chiaramente debitore ma soprattutto la poetica di desumere poesia e prosa dalle proprie scorribande esistenziali sta lì a dimostrare la grandezza del debito verso lo scrittore di “Storie di ordinaria follia” - innervandola con reminiscenze letterarie e cinematografiche. Ecco allora che nel racconto “Blue piano” i riferimenti alla Blanche DuBois di “Un tram che si chiama desiderio” si intrecciano alla violenza cinica dei vari Palahniuk e compagnia maleficamente danzante. Cinismo brutale che in un solo periodo fa nascere la speranza, la alimenta per poi annientarla con un una chiusa negativa, come in questo caso: “Magdalena era arrivata a Los Angeles dalla Louisiana per seguire un uomo, recitare e diventare ricca. Ora era sola, faceva delle piccole particine, e non aveva un soldo. Qualche volta accettava di tenere compagnia a uomini che incontrava nei bar vicino agli Studios, facendolo con freddezza e calcolo. Doveva pur mangiare, no?”. 


Più in generale nei 17 racconti brevi che compongono la prima parte del libro la caustica penna di Daria D. riesce a dare con cinico risalto il giusto spazio alle disavventure dei suoi protagonisti falliti. Anche se alcune di queste veloci novelle soffrono di un eccesso di didascalismo citazionistico (“Raymond Chandler Square” è un tributo a Marlowe fatto senza il cuore e la durezza dell'investigatore), la gran parte riesce a rendere compartecipi della disfatta morale e fisica dei suoi protagonisti. La precisione geografica dei luoghi e l'esattezza senza sconti delle situazioni – un dick è un cazzo ed una puttana una bitch, cosa non scontata in questo inizio decade puritana – riesce a far calare il lettore in una realtà lontana sì migliaia di chilometri ma molto vicina culturalmente. In questa raccolta di racconti forse un tantino derivativi ma sempre “sul pezzo”, ad abbassare la qualità corale di “Falling star” sono i componimenti poetici della seconda parte. Ricorrendo all'abusato verso libero, Daria D. conclude questa sua ultima fatica con una serie di liriche pretestuose, tanto arroganti nella forma quanto vacue nel contenuto, capace quest'ultimo di esprimersi con maggior vigore quando costretto ad allargarsi nella regolare sintassi della prosa piuttosto che nella facile scappatoia della poesia senza regole: “Ho chiamato Fotogrammi i vari componimenti, come se avessi filmato con sequenza asciutte, veloci, mirate come colpi di pistola, scene di vita reale, a volte potenzialmente reale, di quella folle e immensa città di Angeli, e di Demoni”. Come non basta una splendida immagine a fare cinema, così non bastano parole slegate da costrutti sintattici a fare poesia. Ma forse la scelta di inserire questi pessimi Fotogrammi, che minano in maniera irredimibile la riuscita del libro, è un'altra storia da Falling Star essa stessa...

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