Recensione: The gentleman's hotel, di Joe R. Lansdale e Luca Crovi, illustrato da Daniele Serra

Titolo:
The gentleman's hotel
Autore: Joe R. Lansdale, Luca Crovi
Editore: Sergio Bonelli
Pagine: 112
Anno di pubblicazione: 2022
Prezzo copertina: 22,00 €

Recensione a cura di Mario Turco

Questa è un’ammissione di colpa. Forse siamo noi che non siamo in grado di leggere i graphic novel, forse siamo noi che non sappiamo più trovare nuove letture critiche di fronte ai cliché del genere pensando che la ripetizione dei codici non sia una studiata formula per dialogare col presente ma la più pigra delle sue riproposizioni, forse siamo noi che non riusciamo più a divertirci con la pochezza narrativa dell’horror mainstream. O forse sono anche loro che potrebbero sforzarsi un po’ di più, che di fronte alla saturazione delle idee in un mercato audiovisuale in cui il libero accesso ha prodotto l’inevitabile congestione potrebbero anche scegliere di accantonare quei progetti che nascono già pigri, ad uso e consumo di un pubblico che si fa ingolosire dall’importanza dei nomi coinvolti e si contenta di vedere gli stessi antieroi fare le stesse identiche gesta. 

Nato da un’idea di Joe R. Lansdale, il prolifico scrittore texano che tra gialli, noir, pulp, fantascienza, horror e fumetti non è mai riuscito a diventare un’icona popolare pur riuscendo a coltivare allo stesso tempo un robusto fandom (spesso acritico ma questi sono gli inevitabili deliri delle tifoserie letterarie), “The gentleman’s hotel” segna la nuova collaborazione tra l’autore statunitense e la Sergio Bonelli Editore che nella propria linea Audace - inaugurata nel 2018 e pensata per un pubblico maturo - gli aveva già pubblicato un’opera disturbante come Deadwood Dick. Adattato da Luca Crovi, critico, conduttore radiofonico e sceneggiatore di punta della Sergio Bonelli, ed illustrato da Daniele Serra, autore di alcune splendide locandine per libri horror e acquarellista analogico di gran e gotico talento, “The gentleman’s hotel” è un cartonato di grandi dimensioni che in 112 pagine narra un’avventura del reverendo Jebediah Mercer, personaggio spiccatamente ricalcato sul Solomon Kane di Robert E. Howard che, come il suo illustre collega finzionale, si trova spesso a combattere con esseri soprannaturali. 
Nelle tavole di apertura lo vediamo aggirarsi sui resti dell’abbandonata Falling Rock, avamposto tipicamente western dominato solo dalla polvere che come sempre annuncia il male, come dimostrato dal fatto che “gli indiani credono che sia la cattiva magia a scatenare i demoni della polvere e per questo li temono”. Dopo aver osservato “meglio questo dannato buco di culo di paese”, l’atipico ecclesiastico tra le rovine di una carrozza distrutta da brutali e grosse bestie pelose trova l’unica superstite di quell’eccidio, la prostituta Mary. Insieme dovranno capire come affrontare quell’orda famelica, tentare di liberare il villaggio dai suoi inconsapevoli fantasmi/vittime e sopravvivere alla notte in cui il male perpetuamente scatena le sue truppe. 


Attenzione: contiene spoiler!

Di fronte ad una materia narrativa così poco originale e scarsamente stratificata – gran parte delle pagine è riservato all’antefatto in cui i soliti uomini bianchi ubriachi scoperchiano le tombe di mostri che gli indiani avevano seppellito e bloccato con i loro amuleti – la classicità bonelliana dimostra ancora una volta come sia poco in linea con le short story che invece, proprio per la natura breve del loro formato, avrebbero bisogno di un approccio più sfrontato e moderno. Così il mistero attorno la figura di Jebediah Mercer non può trovare appagamento nell’unica analessi che la graphic novel gli concede, né nella continua e stizzita invocazione di Dio. Dal punto di vista grafico, il calcato bianco e nero di Daniele Serra se ovviamente risulta azzeccato nelle tavole più d’atmosfera risulta purtroppo quasi approssimativo nella caratterizzazione dei due personaggi principali, poco ispirati sia fisicamente che iconicamente. Anche il finale, con l’inaspettata morte di Mary e la fredda constatazione del reverendo che s’allontana cavalcando e chiosando “Per un po’ Falling Rock era stata l’inferno sulla Terra. Ora non era più nulla”, mal si sposa colla tragicità sofferta dei tanti eroi bonelliani che, se non una lacrima, avrebbero quanto dedicato alla rossa ragazza un epitaffio più sentimentale.

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