La recensione di "Fotofinish", di Antonio Rezza e Flavia Mastrella in scena al Teatro Vascello di Roma fino al 31 Dicembre

Recensione a cura di Mario Turco

Tra gli aggregatori di notizie del nostro smartphone qualche giorno fa ci è capitato di leggere uno strillo apocalittico che suonava più meno così: "Ecco perché tra cinque anni i teatri italiani scompariranno". Scrollando ancora più giù, i cookies basati sulle nostre preferenze e sui nostri tempi di lettura ci porgevano a portata di pollice un'altra notizia similare: "Il teatro è morto. Viva il teatro". Insomma, a dar retta in maniera esclusiva agli allarmi del nostro Google news lo stato di salute dei palcoscenici italiani versa in condizioni disperate. Per sfuggire a questi e simili canti funebri siamo allora andati, ancora una volta, dalla coppia teatrale più viva e vitale della scena contemporanea, capace di unire fortune di critica e pubblico come raramente capita a due artisti che continuano a non scendere a compromessi. Ecco che "Fotofinish", di Antonio Rezza e Flavia Mastrella in scena al Teatro Vascello di Roma fino al 31 Dicembre è la fotografia - appunto! - migliore dello stato attuale dell'arte perché capace di rilanciare i punti di forza e di debolezza di un testo e di un autore che a distanza di vent'anni continuano a ragionare in maniera lucidissima su alcune delle idiosincrasie della nostra società. 


Nato nel 2003 come evidente risposta ad alcuni dei temi imperanti nell'allora dibattito pubblico, Fotofinish almeno inizialmente lascia perplessi perché se la scenografia di Mastrella raggiunge vertici impareggiabili d’eleganza ed inventiva, la verve parolaia di Rezza non sembra starle dietro. Le prime gag sul candidato sindaco che arringa i cittadini concionando e blandendoli come un qualunque (e qualunquista) politico sono difatti sorpassate sia dal reale degrado socio-culturale della classe dirigente italiana che da coeve forme comiche più corrosive (il Cetto La Qualunque di Antonio Albanese). Anche il siparietto sulla corsa delle suore occhieggia più a certa comicità slapstick del passato e a certe contorsioni corporali della nostra tradizione più sperimentale, tanto che si capisce perché, come indicato nelle note di regia, è questo Fotofinish (forse) lo spettacolo più amato dallo stesso interprete novarese. Ma piano piano, in questo flusso ininterrotto di giri in bicicletta, gare podistiche e ospedali che vengono direttamente a casa dei cittadini – performance fisica davvero notevole, in ogni caso -, certa tensione comincia a ribollire. È lo stesso Rezza ad essere consapevole della magmatica tensione d’iconoclastia che si fa largo con sempre più incisività: “Non siate così impazienti, che tra poco ve lo sparo in fronte il bestemmione”. Il punto di rottura di questa mordacchia che il performer aveva tenuto sulla lingua per il primo quarto di spettacolo sono le battute su una delle tragedie occidentali che ancora adesso rappresenta uno dei maggiori tabù del dibattito pubblico: l’11 Settembre. I riferimenti alla caduta delle torri gemelle generano infatti un evidente sconcerto nel pubblico che sembra quasi stordito da questa nuova direzione intrapresa. Perché se è vero che “La cattiveria sulla merda è sempre giustificata”, i mugugni diventano finalmente aperta opposizione quando l’attore supera il confine con un paio di uscite riguardanti i bambini ed il cui acme è rappresentato dalla terribile “Questa è incinta, spara due volte”. 


Come se avesse trovato finalmente il bandolo della matassa, Rezza riprende con ritrovato vigore verbale a scagliarsi a testa bassa contro le forze istituzionali rappresentate dalla religione, la patria (fenomenali i richiami apotropaici alla sacralità dei confini nazionali) e perfino il pubblico stesso. Dopo aver leccato il viso di un paio di persone della galleria, averne dileggiato altre e gettato i loro cappotti ai “poveracci”, l’istrione sceglie di “ammazzare” una trentina di loro direttamente sul palco per poi infine, insieme al fido Ivan Bellavista, toccare in maniera lussuriosa e necrofila i sederi di questi cadaveri. Mentre i coatti figuranti, tra cui un anziano con problemi di deambulazione di cui l’attore non ha pietà, ridono forzosamente a questa violenza doppia, Rezza si denuda mostrando loro, a distanza ravvicinata, quello che ad ogni artista dovrebbe importare del proprio pubblico: un emerito cazzo. Solo al fotofinish Fotofinish ha finalmente trovato la sua quadra.

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