La recensione di "Te l'avevo detto", di Ginevra Elkann nelle sale dal 1 Febbraio distribuito da Fandango

Recensione a cura di Mario Turco

Di fronte alla faciloneria di certe commedie italiane verrebbe la voglia di appoggiarsi sintatticamente e lessicalmente a quella critica italiana ancora più pigra che demolisce siffatti film usando linguaggi inutilmente aggressivi ed in cui ci si esercita soltanto nell'ideazione di insulti creativi e violenti. Indubbiamente la proliferazione di prodotti audiovisivi che continuano quasi sadicamente ad attirarsi i soliti epiteti di "salottieri, terrazzieri, fuori dalla realtà sociale, inverosimili" alimentano un circolo vizioso che danneggia sia gli stessi autori, incasellati in superficiali stereotipi, sia gli stessi spettatori che vedono confermati in maniera vistosa i loro bias cognitivi. 


"Te l'avevo detto", di Ginevra Elkann nelle sale dall'01 Febbraio grazie a Fandango dopo esser stato presentato alla Festa del cinema di Roma, prende tutte le scorciatoie che ci si aspetta da una regista al suo secondo film. Dopo il buon esordio di Magari, candidato però con fin troppa generosità al David di Donatello, ecco che la rampolla degli Agnelli/Elkann mette a frutto di nuovo i suoi eclettici talenti di produttrice, sceneggiatrice e filmmaker provando a cogliere le tensioni del presente attraverso un film basato sui cliché del film corale. In Te l'avevo detto seguiamo infatti in maniera classica un manipolo di personaggi collegati tra loro sia in maniera orizzontale da rapporti sentimentali, familiari o semplicemente di rivalità, sia in maniera verticale dal contesto in cui sono sommersi. Siamo a Roma, nel pieno di un incredibile inverno in cui a Natale fanno 32 gradi e dove si boccheggia per via di un caldo afoso che rende la capitale terragna e gialla come una città del deserto. Tra continui bollettini meteo che preannunciano ulteriori rialzi della temperatura ed una nebbia arancione che rende indistinguibili il giorno e la notte, Te l'avevo detto racconta di un'umanità già alla deriva ed ulteriormente esasperata dal solleone: Gianna (Valeria Bruni Tedeschi, la più in parte) è ossessionata dalla pornostar in declino Pupa (Valeria Golino, in una performance troppo equilibrata tra il ridicolo e il tragico) che le ha rubato anni prima il marito; Bill (Danny Huston, il più professionale ma il più freddo) è un sacerdote atipico che si fa d'eroina poco prima di dover seppellire insieme alla sorella (Greta Scacchi) le ceneri della madre che li seviziava da bambini; Caterina (Alba Rohrwacher nell'ennesimo ruolo inquieto da recitare col pilota automatico di sguardi nervosi e sussurri psicolabili) è una mamma alcolizzata, separata dal compagno (Riccardo Scamarcio) che "rapisce" il figlio Max per portarlo al canile a riprendersi il vecchio cane malato; Mia (Sofia Panizzi) è la figlia bulimica di Gianna che non riesce a crearsi una vita lontana dalla madre e che fa la badante ad un'anziana signora per vivere.


Elkann, insieme alle sceneggiatrici Chiara Barzini e Ilaria Bernardini, sceglie ancora una volta di volgere il suo occhio verso l'alta borghesia romana - sì, ci sono i terrazzi e case senza un oggetto fuori posto - divertendosi ad acuire le piccole crisi quotidiane con quella più apocalittica che la cronaca mette oggi a disposizione, ovvero il cambiamento climatico. La beffarda tristezza e la partecipazione complice con cui segue i suoi personaggi però non le evitano di caratterizzare in una maniera poco originale le idiosincrasie che racconta. I disordini alimentari di Mia e quelli solfitici di Caterina, ad esempio, non superano mai il bozzettismo di scene simpatiche ma mai realmente patologiche, così come la svolta drammatica della storia di Bill assume una cifra eccessivamente melodrammatica che mal si concilia col tono grottesco degli altri episodi. Te l’avevo detto ha il merito di coltivare con insistenza e la giusta ossessione l’allarme dell’inverno torrido fino al bel finale, in cui la regista si concede un’uscita visionaria e senza soluzioni di comodo per una commedia fin lì invece abbastanza stiracchiata. Peccato che Elkann invece di perdersi insieme ai suoi personaggi in questa foschia all’Unamuno scelga di guardare il tutto dal suo attico soleggiato con vista commedia umana.

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