La recensione di "Delirio a due", di Eugène Ionesco che per la regia di Giorgio Gallione è in scena al Teatro Vittoria di Roma fino al 2 marzo

Recensione a cura di Mario Turco

Il teatro di Eugène Ionesco è una delle forme d'arte più felicemente moderne della seconda metà del Novecento. Ricchissimo per invenzioni linguistiche, originalità del racconto e profondità di temi, i suoi spettacoli dell'assurdo fustigano le idiosincrasie dell'occidente con la potenza della (finta) semplicità, ovvero la presa in giro non-sense della mordacchia che è la quotidianità. La banalità del male individuale è quindi sfondo, corollario e causa primigenia dei più devastanti drammi mondiali perché, come più spesso dimostrato nelle sue opere, individui in conflitto tra loro danno vita, per rizomatiche connessioni spirituali e di epoca, a guerre fratricide. 


È questo il senso più profondo di "Delirio a due", scritto appunto da Eugène Ionesco che per la regia di Giorgio Gallione è in scena al Teatro Vittoria di Roma fino al 2 marzo. Produzione AGIDI e Coop CMC/Nidodiragno, questa pièce che dura appena 65 minuti, si avvale dell'ottima traduzione di Gian Renzo Morteo e della bella scenografia di Nicolas Bovey che, curando anche luci dell'allestimento, riesce a rendere allo stesso tempo minacciosa e confortevole la storia portata sul palco dai comici Maria Di Biase e Corrado Nuzzo. Delirio a due si apre infatti con le note di “La vie en rose” e ci mostra un interno borghese in cui Lei e Lui si accapigliano veementemente per una questione zoologica soltanto all'apparenza di lana caprina (si perdoni il facile battutismo) ma in realtà svelatrice di un profondo disaccordo relazionale: la chiocciola e la tartaruga sono lo stesso animale? Mentre i due cercano di convincersi a vicenda della bontà delle loro posizioni, dalla strada però rimbalzano continuamente esplosioni e fischi di pallottole. Fuori la guerra è, purtroppo, reale e piano piano anche la stanza subisce i danni della battaglia. Così quando il dirimpettaio del loro pianerottolo viene portato via dall’esercito per essere presumibilmente ucciso i due continuano a battibeccare liquidando quell’atto di repressione che hanno scansato per un pelo con un crudele “Dio c’è. Non per i vicini ma vabbè”.


 Il Delirio a due messo in scena da Gallione coglie con estrema intelligenza la principale contestazione filosofica del testo scritto da Ionesco nel 1962 e la rifrange, in maniera prismatica, per le generazioni di oggi attraverso due direttrici tra loro complementari. Innanzitutto facendo interpretare i due unici protagonisti alla coppia comica di successo Nuzzo/De Biase che ha gioco facile ma non scontato nel dare ritmo alle frequenti aggressioni verbali (“Sei bella al naturale, come il tonno”) di cui sono latori/vittime. Come sempre in riduzioni di questo tipo, nei primi minuti il pubblico rideva sguaiatamente ad ogni battuta salvo poi dover calibrare le sue reazioni a un testo che tutto è tranne che macchiettistico. D’altronde, questi sono forse gli inevitabili rischi di un’operazione che si può in ogni caso dir vinta, pur con qualche forzatura populistica (la battuta su Roccaraso e certi ammiccamenti complici rivolti alla platea, come nel caso della freddura - “L’angoscia mi sta divorando”. “Tranquilla, ce ne metterà di tempo”). Funziona in questo senso anche la scelta di allargare il testo originale aggiungendo tratti tipici del teatro dell’assurdo desunti da altre opere di Ionesco, come la fallacia dei numeri e la gag sulla famiglia i cui componenti, uomini e donne, si chiamano tutti Bobby Watson. Pur sguazzando nel delirio di una coppia così immersa nella propria crisi – “sono 17 anni che litighiamo per la chiocciola e la tartaruga” – da non accorgersi che il mondo gli crolla letteralmente addosso (riuscitissima la distruzione a pezzi del piccolo appartamento e la truce ma ficcante caduta delle teste umane dal soffitto ormai divelto), Delirio a due resta un’opera profondamente drammatica in cui “il futuro ci sorride” ma lo fa “con i suoi denti cariati”. Ecco allora che la guerra, “sola igiene del mondo” come diceva un poeta tornato di moda, ha il merito, più che di ripulire la mefitica aria di coppia, di dissolvere la nebbia del senso comune indotto da un amore stanco, usurato e cieco. - “Come abbiamo fatto a ridurci così?” chiede Lei in uno scatto di coscienza. - “Siamo sempre stati così”, risponde Lui con un soffio. In fondo, sono millenni che accettiamo genocidi e capovolgimenti machiavellici.

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