Recensione: Di fulmini e tempesta, di Chiara Polito

Titolo:
 Di fulmini e tempesta
Autore: Chiara Polita
Editore: Marsilio
Pagine: 368
Anno di pubblicazione: 2025
Prezzo copertina: 18,00 €

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Recensione a cura di Luigi Pizzi

Nel cuore del Veneto orientale, durante l'autunno del 1943, si svolge la storia di Maria, la protagonista, 48 anni, una vita spenta dalla rassegnazione e uno sguardo che ha imparato a non chiedere più. È operaia in uno iutificio, vedova di un matrimonio mutilato, vittima silenziosa di una violenza mai raccontata davvero. Ma quando incontra Gilda, giovane e ribelle, qualcosa in lei si incrina Maria entra in contatto con la brigata partigiana Eraclea, guidata da Attilio Rizzo. Da quel momento, conduce una doppia esistenza: di giorno madre e lavoratrice, di notte staffetta e combattente. La sua missione si intensifica quando le viene affidato Giacomo, un bambino ebreo da proteggere, e una mappa con enigmi da decifrare. Questa mappa, lasciata da un partigiano morente, contiene frasi enigmatiche e due nomi da svelare, che potrebbero rappresentare una minaccia o persone da salvare. Nel frattempo, sulle tracce del gruppo condotto da Rizzo, da Venezia arrivano Bufera e Vito, due giovani fascisti affiancati da Zanlevio, un violento esponente delle Brigate Nere, dando avvio a una caccia serrata che costringerà Maria a imbracciare le armi per affrontare non solo il futuro della sua gente, ma anche il proprio passato.

Attilio Rizzo
Polita ci consegna un romanzo stratificato, dove la trama si avvolge su sé stessa come una mappa da decifrare, e ogni piega è una scelta, un dolore, un rischio. Non ci sono eroi al centro, ma donne e uomini con il fango alle caviglie e la paura negli occhi. Eppure è proprio in questa resistenza minuta, nell’eroismo quotidiano e silenzioso, che si costruisce la vera forza del racconto. La scrittura è misurata, intensa. Non grida, ma scava. Segue i pensieri, le esitazioni, la fatica. Polita non idealizza, non costruisce santuari di carta: i suoi personaggi sono vivi, contraddittori, in lotta con sé stessi prima ancora che con il nemico. Maria è timida, ruvida, non ha le parole dei comizi, ma ha il coraggio dei gesti. E poi c’è l’acqua, elemento costante e poetico, che diventa metafora del territorio e della coscienza. Il fiume non è solo sfondo ma cuore pulsante del romanzo. È madre, è memoria, è confine e possibilità. La Piave è ancora al femminile, come nei tempi in cui generava piuttosto che difendere, e accompagna ogni svolta della storia, ogni trasformazione interiore di Maria. Accanto a lei, figure storiche ritornano alla vita: Lucia Schiavinato, il geometra partigiano Attilio Rizzo, i XIII Martiri, Gilda Rado. Ma non come nomi di vie, bensì come presenze attive, dense, necessarie. Lucia, in particolare, diventa per Maria il volto della speranza: una donna che accoglie, che nasconde una radio, che protegge senza clamore. Tra le due nasce un’amicizia profonda, che insegna a Maria che anche in tempo di guerra si può scegliere l’amore.


Nel romanzo, ogni scelta ha un peso. Ogni silenzio diventa eco. Maria sbaglia, cade, si rialza. Non è scolpita nel marmo, è fatta di nervi, di paure, di piccoli atti di coraggio. E per questo resta impressa. Come Giacomo, il bambino nascosto, che con lei trova una madre. Come il fascista Bufera, che incrocia il suo cammino e diventa l’altro lato di un destino possibile. Di fulmini e tempesta è un romanzo che scava nella Storia per restituirci la sua parte più fragile e autentica. Non è solo un tributo alla Resistenza, ma una riflessione su ciò che vuol dire resistere: non arrendersi alla disperazione, scegliere di proteggere, anche quando il mondo brucia. È anche un invito, oggi più che mai urgente, a riconnetterci con l’acqua, con la terra, con le radici dimenticate. In un tempo in cui la parola “resistenza” rischia di essere solo un’eco lontana, questo romanzo le ridà corpo e carne. E ci ricorda che la libertà è fatta di scelte piccole e solenni, come quella di Maria, che un giorno decide di non restare spettatrice. E in quel gesto, cambia il corso del suo fiume. E forse anche il nostro.

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Chiara Polita (1974) vive e lavora a San Donà di Piave. Laureata in Conservazione dei beni culturali, ha operato per molti anni in ambito museale, e attualmente svolge la propria attività professionale in campo culturale, tra divulgazione, didattica, ricerca e organizzazione di eventi.

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