La recensione del film “Agata Christian - Delitto sulle nevi”, di Eros Puglielli nelle sale dal 5 febbraio distribuito da Medusa

"È come Invito a cena col delitto", ci tiene subito a precisare il co-protagonista del film nella più nota delle vetrine televisive di sponsorizzazione. Excusatio non petita, verrebbe da scrivere, o se volessimo essere meno severi, potremmo limitarci a scrollare le spalle in maniera sorniona di fronte al tentativo di nobilitare a priori il proprio film cercando subito di inquadrarlo nella scia del più famoso e altolocato giallo comico mai scritto, capostipite sia a teatro che al cinema della sterminata prole di opere che hanno destrutturato il genere più rappresentativo del novecento per giocare e ridere sui meccanismi irrazionalmente perfettibili della sua razionale impalcatura. Ma più che al capolavoro di Neil Simon, a noi "Agata Christian - Delitto sulle nevi", di Eros Puglielli nelle sale dal 5 febbraio distribuito da Medusa ha fatto pensare a quella gran bella rivisitazione glocal di omicidi e capitomboli che è stato Il fratello più furbo di Sherlock Holmes, di Gene Wilder. 


Sin dalla scelta di connotare il film con la felice intuizione del calembour di partenza, doppio omaggio parodistico alla scrittrice inglese e al campione trentennale del nostro cinema più crapulone, il lungometraggio del regista romano mostra la potenza della sua intuizione. Christian Agata (un Christian De Sica generosissimo) è, come ci tiene a precisare egli stesso, "il miglior detective d'Europa" che spreca però il suo talento in programmi tv. Irascibile e allergico ai rapporti sociali - non stringe mai la mano ai suoi interlocutori - un giorno viene invitato dal rampollo (Maccio Capatonda, prevedibile nella sua caratterizzazione brianzola) della famiglia Gulmar, magnati dell’industria ludica, a fare da testimonial per il rilancio del loro storico gioco da tavolo “Crime Castle”. Così accetta di trascorrere qualche giorno nella loro sontuosa proprietà in Valle d’Aosta avendo per caso come improbabile aiutante il brigadiere scelto ("scelto male", in una delle battute migliori del film) Gianni Cuozzo (Lillo Petrolo, comico che anche qui non riesce a trovare a pieno la sua dimensione). Ma quando il patriarca Carlo Gulmar (Giorgio Colangeli, insospettabilmente a suo agio anche nelle trivialità più spinte) viene ucciso con un colpo di fucile toccherà all'investigatore scoprire chi tra i sordidi componenti del clan familiare lo ha ammazzato... 


Agata Christian - Delitto sulle nevi è un film che sembra interrogarsi ancora sull'eredità del cinepanettone, senza il revanscismo della coppia Nunziante/Zalone ma con una consapevolezza metalinguistica molto accurata e ingegnosa. Puglielli e la sua squadra di sceneggiatori - le otto mani si vedono però nella precisione algoritmica delle gag corali e la sottolineatura forzata dei simbolismi: quanto avrebbe respirato il film se fosse stato un assolo sul bel protagonista - fanno dialogare infatti gli stilemi del giallo inglese con le maschere della nostra comicità più caciarona. Uno scambio che, una volta settate le aspettative (l'eterno "me cojoni" come risposta ad un arzigogolato sospetto, Il "ma ce fai lavorà" rivolto al pedante poliziotto), si rivela comunque interessante perché in grado di connotare in maniera imprevista gli altrimenti asfittici falsi indizi, epifanie, passaggi segreti e perfino orsi assassini (l'altra grande trovata di chiamare il plantigrade "B52"). Più che il contesto valdostano, semplice cartolina turistica salvata dal personaggio dell'appuntato Tasca (un Paolo Calabresi che è, come spesso gli capita, la sorpresa più gradita del film), ad essere finalmente re-immaginati in altre coordinate di genere sono quindi i burini, i cornuti, i grigi lavoratori, i parassiti, le radical chic/woke del nostro cinema. Vederli muoversi con la solita mediocrità italiana - sì, c'è la sventola di turno (Sara Croce) e lo youtubber cafone (Tony Effe) - in mezzo a piani di alto lignaggio razionale mostra da un'altra prospettiva, nuova ma dolorosa come sempre, che a farci morire non sarà il sangue versato ma un'altra battuta su quanto sia bella la fica. Avesse avuto una produzione meno sorvegliata e la reale voglia di spaccare l’algida confezione thriller con il politicamente scorrettissimo della nostra comicità staremmo già parlando di un piccolo classico.

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