La recensione di "4 5 6", scritto e diretto da Mattia Torre, in scena al Teatro Vascello di Roma

Recensione a cura di Mario Turco

Chi è Mattia Torre? Uno dei tre autori della serie Boris che, a costo di inimicarci molti, è un paradigma sopravvalutato della recente serialità italiana, lo scrittore di monologhi e assoli che a cadenza quasi mensile vengono ancora riproposti sul palco di Propaganda Live, lo sceneggiatore di commedie cinematografiche che graffiano meno di quanto avrebbero potuto ("Figli", di Giuseppe Bonito) o, infine, il drammaturgo teatrale che è stato omaggiato nello splendido ciclo "Sei pezzi facili", diretto da Paolo Sorrentino? Il multiforme ingegno dello scrittore romano, scomparso com'è noto a soli 47 anni per un tumore e lasciando uno dei vuoti più sinceramente emozionanti che si è visto nell'ultimo periodo in amici e colleghi dello spettacolo (speriamo che anche il grande pubblico segua presto: tra premi a lui intitolati e recuperi delle sue opere manca comunque l'abbraccio collettivo che Torre merita), probabilmente è proprio sulle assi del palcoscenico che riesce a trovare la via per la sua espressione più pura, nella giusta distanza tra le dilatazioni e i compiacimenti della tv popolare e i cedimenti ad un cinema ugualmente canonico sia nelle sue forme commerciali che in quelle più autoriali. 


Lo ricorda, ancora una volta, "4 5 6", scritto e diretto da Mattia Torre che dal 24 febbraio al 1 Marzo è in scena al Teatro Vascello di Roma. Produzione Marche Teatro. Nutrimenti Terrestri e Walsh, lo spettacolo di appena 80 densi minuti di durata è probabilmente il compendio più alto della poetica dell'autore perché capace di condensare alcune delle sue precipue ossessioni e, al contempo, aprirsi con affascinante suggestione a forme teatrali apparentemente lontane dalla sua cifra espressionista ma che in realtà vi dialogano in maniera proficua. Partiamo proprio dalla fine, da quella "muoooorte" urlata a pieni polmoni dal violento "pater" (Massimo De Lorenzo), acme di una tensione personale e sociale che vede il tipico esponente di una vallata dimenticata del sud Italia aspirare alla bella dipartita (il significato del titolo della pièce che sarà svelato sono nel finale) come massimo risultato di una vita avvertita soltanto come gretta, meschina e aculturale. Nella vangoghiana “(I mangiatori di patate” è la reference pittorica più evidente) scenografia curata da Francesco Ghisu, l'uomo è alle prese con l'allestimento della solita esagerata cena meridionale la cui munificenza di sapori, più che essere un patrimonio immateriale dell'Unesco, denota i sordidi rapporti di Potere che intercorrono con gli altri componenti della famiglia e quelli che, si spera, saranno stipulati col "godotiano" ospite atteso. Il cibo infatti veicola tutta la tossicità della tradizione peninsulare più pervicacemente dura a scomparire: non c'è possibilità di fuggire da quel desco, nemmeno per il figlio (Carlo De Ruggieri) - diciannovenne talmente abbruttito dal conservatorismo piccolo-borghese della provincia da sembrare fisicamente molto più vecchio di quel che è - che vorrebbe invece andare nella Capitale - piena di "ricchioni", con pregiudizio fulminante del padre - a occuparsi "do situo". E non c'è salvezza nemmeno per la donna, spesso facile emblema salvifico di tanto teatro contemporaneo ma qui finalmente mostrata anch'essa nella sua versione più bestiale. La "mater" (Cristina Pellegrino) sembra avere un debito d'onore con la "francisi", la compagna del funzionario comunale che la famiglia attende spasmodicamente, un segreto venato di un alone quasi mitico nella prima parte e che invece, nella seconda, mostrerà la sua natura stupidamente domestica e ancillare, ovvero la restituzione della "tellia" (la teglia) prestata qualche anno prima. 


4 5 6 affonda quindi i denti nell'istituto principe della società italiana, la famiglia mononucleare, e pur concedendo qualcosa alla comicità più piaciona (la neolingua meridionale sempre leggibile e dal suono fin troppo dolce per essere un impasto regionale altrove durissimo, i leimotiv scacciapensieri, il grottesco acido ma non perforante), arriva a svellere con decisione le sue dinamiche fino a portare alla luce il suo vero motore immobile: la violenza. Una violenza piena di prevaricazioni, pregiudizi, sputi e ordini patriarcali che da una parte sembra la reiterazione fatale di tragedie simili come quelle occorse in Čechov, Shakespeare e perfino Sofocle e, contemporaneamente, la degnissima prosecuzione di Scola e Maresco. Un risultato di tensioni e suggestioni davvero straordinari che fanno di 4 5 6 uno dei casi di drammaturgia teatrale italiana più felici degli ultimi anni.

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