La recensione del film di "Mio zio Jens", di Brwa Vahabpour nelle sale dall'1 ottobre grazie a Cineclub Internazionale Distribuzione
Recensione a cura di Mario Turco
Akam (Peiman Azizpour, forse un po' troppo monolitico nella sua recitazione perennemente "stupita") è un giovane insegnante di origini curde che insegna letteratura in un liceo di Oslo. L'uomo conduce una vita fredda ma serena con i suoi due coinquilini finché il suo nordico equilibrio viene improvvisamente rotto dall'arrivo dello zio Khdr (Hamza Agooshi, molto bravo), fratello della mamma che arriva misteriosamente dalla parte iraniana del Kurdistan senza parlare una parola di norvegese e soprattutto soprassedendo sulla motivazione della sua venuta. Compresso tra il senso dell'ospitalità mediorientale e l'obbligo morale di non abbandonare il parente, Akam offre il suo letto a Khdr per qualche giorno. Ma la permanenza dello zio si prolunga oltre ogni aspettativa, tanto che le tensioni nell'appartamento crescono ben presto. Akam inoltre vive con disagio il continuo dialogo con l'uomo perché il confronto gli ricorda come egli abbia rinunciato al suo retaggio etnico/culturale per adeguarsi a quello dei "biondini" d'Europa, come lo zio chiama i norvegesi. Così quando scoprirà che dietro la sortita del parente si nasconde in realtà una fuga coatta, il ragazzo dovrà imparare a rimettere in discussioni nuovamente i suoi principi....
Il lungometraggio d’esordio del regista curdo-norvegese si muove in punta di piedi su temi fondamentali in un'Europa che oggi più che mai mette al centro della sua agenda idee sbalestrate di purezza etnica e ritorno alle (false) origini e in cui la presenza dello straniero era marginale. Da questo punto di vista, l'apparizione di Khdr rappresenta infatti un rimosso psicologico e identitario non soltanto per il protagonista - bel paradosso: proprio lui che insegna in una scuola deve tornare a farsi spiegare concetti e terminologia curdi che aveva sepolto sotto gli strati della solita integrazione all'apparenza illuminata ma con tanti coni d'ombra - ma anche per i suoi coinquilini che s'accorgono che oltre alla loro ovatta borghese, piena di toni bassi e ripiani del frigorifero assegnati, esiste una società ben più frastagliata. Il film, una coproduzione tra Norvegia e Romania della durata di 98 minuti, comincia come una commedia dai toni leggeri in cui l'incomunicabilità sembra un pretesto per gag divertenti ma tutto sommato prevedibili (i misunderstanding sulla traduzione e le scene degli schizzi d'acqua fuori dal lavandino). Il regista Brwa Vahabpour però è molto bravo nell'accentuare ben presto i segnali d'allarme che indicano il vero sostrato umano della presenza del fantomatico zio Jens in Norvegia e, nel farlo, sceglie con coraggio di scivolare da metà lungometraggio in poi nei territori del thriller. Come se fosse una naturale conseguenza dell'impossibilità di estraniarsi dal proprio passato, la bolla di cristallo in cui viveva il protagonista viene infine sconvolta dalla rivelazione che proprio le persone più vicine a lui sono ancora vittime di repressione negli Stati d'origine. Ma la denuncia più incisiva è quella che, ancora una volta con pacata accortezza, emerge con nettezza: gli schemi con cui affrontiamo queste storie che inevitabilmente intersecano i nostri territori risultano infatti spesso sorpassati da una realtà che si ostina a non farsene imbrigliare. Nella sua fuga dal regime iraniano che vuole ucciderlo Khdr, infatti, non può accedere allo status di rifugiato politico (non vogliamo spoilerare un punto importante della visione) dimostrando come uno dei cardini della nostra civiltà, l’avanzata giurisdizione sui diritti umani, sia addirittura sottodimensionata rispetto a ciò che succede nel mondo. E, in questo senso, risulta molto significativo il patrocinio di Amnesty International, avvenuto con la motivazione che il film sa inquadrare molto bene le dinamiche sempre più complesse dell’asilo in Europa e le ragioni che costringono il popolo curdo ad abbandonare la propria terra. Peccato però che anche per l’ONG probabilmente la situazione dello zio Jens sarebbe stata stata impossibile da accogliere perché fuori dai suoi paradigmi.

