2 febbraio 2014

Recensioni: Blue Jasmine (2013); La grande bellezza (2013); I fiori della guerra (2011)

Jasmine (Cate Blanchett) e Ginger (Sally Hawkins) sono due sorelle agli antipodi; Jasmine è una donna di classe che ambisce ad una buona posizione sociale, ragione per cui ha sposato Hal (Alec Baldwin), ricco uomo d'affari non proprio affidabile. Ginger, al contrario, si è sempre accontentata, finendo per circondarsi di uomini modesti e volgari. Ma quando Hal viene arrestato e finisce per perdere tutto, Jasmine è costretta a trasferirsi proprio dalla sorella tanto bistrattata per provare a ricostruirsi una vita. Tuttavia l'antipatia per Chili (Bobby Cannavale), il nuovo compagno della sorella, e le difficoltà di adattamento ad una  realtà "modesta", renderanno l'impresa tutt'altro che facile...

Blue Jasmine è l'ultimo film del maestro Woody Allen, uscito nelle sale lo scorso cinque dicembre.

Si tratta di un tragicommedia basata quasi esclusivamente sul talento di Cate Blanchett, che dietro la sapiente guida di Woody Allen offre la prova attoriale più convincente della sua carriera, diventando la principale favorita nella corsa all'Oscar come migliore attrice protagonista. La Blanchett dà vita ad un personaggio femminile complesso in cui convivono (e si scontrano) la nostalgia per un passato difficile da dimenticare, che lo spettatore rivive attraverso continui flashback, e le ansie per un futuro incerto; la forza di uno sguardo fiero e altezzoso e la fragilità emotiva di una personalità vicina al collasso. Una figura tragica al quale fa da contraltare la semplicità di Ginger, ottimamente interpretata da Sally Hawkins (candidata all'Oscar come migliore attrice non protagonista), che trova nella concretezza e nella modestia la forza per adattarsi alla vita ed essere felice. Così tra risate amare, attacchi di panico e rari momenti di lucidità, sullo sfondo di una crisi economica che va a braccetto con quella emotiva, il film scorre via bene e regala allo spettatore alcuni momenti di grande intesità, confermando la vitalità di un regista che a 78 anni dimostra di avere ancora qualcosa da dire.

Jep Gambardella (Toni Servillo) è un famoso giornalista di costume protagonista della mondanità romana. Autore di un solo libro, Jep trascorre le giornate nell'ozio, mentre di notte continua a frequentare una cerchia di "amici intimi", tra pettegolezzi, chiacchiere vacue, volgarità, feste trasgressive e incontri occasionali. Una routine sconvolta solo dalla morte del primo (e forse unico) amore e dall'incontro con una spogliarellista romana (Sabrina Ferilli), che nasconde un doloroso segreto. Incontri che spingeranno Jep ad interrogarsi sul senso dell'esistenza e sul fallimento di una vita trascorsa ad inseguire un bellezza inconsistente.

La grande bellezza del titolo si riferisce a quella di una città, Roma, capace di incantare e ammaliare tutti con il suo fascino eterno. Ma allargando gli orizzonti, Roma può essere considerata il simbolo di un Paese bloccato dall'immobilismo e devastato dalle contraddizioni, in cui la bellezza legata al patrimonio monumentale e paesaggistico si scontra con lo squallore morale diffuso a tutti i livelli. In quest'ottica si può comprendere anche il successo di un film apprezzato più all'estero, come conferma il trionfo ai Golden Globe e la candidatura all'Oscar come migliore film straniero.

A Sorrentino dunque va riconosciuto il merito di aver realizzato un ritratto sociologico grottesco e allo stesso tempo realistico del Paese di cui Roma rappresenta non solo la capitale, ma anche un punto di osservazione privilegiato. Un ritratto impietoso, cinico, in cui la potenza visiva delle immagini, a tratti persino poetiche, si fonde con battute taglienti e riflessioni amare, che lasciano poco spazio alla speranza. Il tutto incentrato sulla figura di Jep Gambardella, brillantemente interpretato da Toni Servillo, giornalista intelligente e ironico che ci trascina in vortice di umane debolezze, da cui nessuno riesce a sfuggire (se non con la morte, fisica o morale); personaggi considerati alla stregua di burattini che vanno incontro al loro ineluttabile destino.

Naturalmente non si tratta di un film "facile" e l'assenza di una trama, così come siamo abituati a concepirla abituati ad un certo tipo di cinema, rende la visione abbastanza ostica e a tratti persino noiosa. Ma se ci sforziamo di andare oltre le apparenze è possibile cogliere tutta la potenza del film di Sorrentino, che attualmente va considerato a tutti i diritti il regista italiano più talentuoso e uno dei pochi, insieme a Paolo Virzì e Giuseppe Tornatore, a proporre in Italia (con successo) un genere diverso dalla commedia.

Nanchino, 1937. John Miller (Christian Bale), un becchino occidentale, si sta recando in un convento per dare sepoltura a padre Engelmann, mentre le truppe giapponesi arrivano in città uccidendo e devastando tutto. Al convento tuttavia trovano rifugio non solo le educande, ma anche un gruppo di prostitute in fuga dal quartiere a luci rosse. Sarà per amore di una di queste e per la voglia di redenzione che John, fingendosi un prete, deciderà di aiutare le giovani ragazze a sottrarsi dalle violenze dei soldati giapponesi, mettendo a rischio anche la propria vita.

Questa in sintesi la trama di questo kolossal cinese che racconta, con toni abbastanza patriottici, una delle pagine più oscure della guerra sino-giapponese, passata alla storia come il Massacro di Nanchino, in cui persero la vita tantissimi innocenti, tra cui bambini e donne indefese. Una tragedia che in qualche modo assume una valenza universale se si considerano le ingiustizie e gli orrori che accompagnano tutte le guerre.

Ispirato al romanzo I tredici fiori della guerra di Geling Yan, il film diretto da Zhang Yimou riesce nell'intento di trasmettere emozioni allo spettatore e di suscitare indignazione nei confronti delle violenze gratuite perpetrate dall'esercito giapponese, senza tuttavia mai perdere di vista l'amore e la speranza. E proprio in quest'ottica si può inquadrare la metamorfosi di John, che da vigliacco opportunista si trasforma in eroe romantico, e il sacrificio delle prostitute, di cui però non voglio anticiparvi nulla. Un film intenso, diretto e recitato abbastanza bene (anche se il doppiaggio italiano lascia un po' a desiderare), che probabilmente meritava un passaggio nelle sale cinematografiche prima della distribuzione in home-video. Consigliato!

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