2 aprile 2018

Recensione: A quiet place - Un posto tranquillo, di John Krasinski. Al cinema dal 5 aprile

Recensione a cura di Mario Turco

Il cinema ha ipostatizzato la fine del mondo sin dai tempi del cinema muto. Appena i mezzi tecnici ne hanno consentito una visione d’impatto l’armageddon è stato declinato nelle maniere più diverse. Il genere post-apocalittico è stato così deputato alla messa in scena delle paure più recondite dell’animo umano. Che il vaticinio di queste (speriamo!) Cassandre porti a una palingenesi o ad una definitiva
estinzione dell’animale bipede con più razionalità sul pianeta Terra sembra assodato, almeno nella settima arte, che avverrà con molto dolore. 

Anche “A quiet place- Un posto tranquillo” di John Krasinski si accoda a questa amena corrente di pensiero. Terzo film dell’attore-autore statunitense, la storia si concentra sull’improba sopravvivenza di una famiglia in un vicino futuro, il 2020, durante il quale il nostro pianeta è stato invaso da ferocissimi alieni che hanno sterminato il genere umano. Il concept del film è “semplice ma geniale” come ripete a mo’ di mantra lo stesso Krasinski nelle numerose interviste post-produzione (come se una categoria escludesse l’altra, NdA): queste forme di vita extraterrestri attaccano qualunque cosa faccia un rumore, anche minimo. O meglio, qualunque cosa emani una frequenza di suono maggiore rispetto a quella prodotta dall’ambiente in cui ci si trova. La famiglia al centro della storia ha imparato a sopravvivere alla catastrofe usando in modo intelligente la lingua dei segni che giocoforza era stata costretta ad imparare negli anni a causa della sordità della figlia più grande (interpretata da Millicent Simmonds che è realmente non udente sin dall'infanzia a causa di un sovradosaggio da farmaco). 

A quiet place - Un posto tranquillo”, sceneggiato oltre che dallo stesso Krasinski anche da Bryan Woods e Scott Beck, sceglie apparentemente di non rimanere invischiato nelle regole dell’horror. Pur piazzando un colpo di scena drammatico nei primi minuti che oltre che a gettare pathos nella vicenda serve a delineare presto le inderogabili regole di sopravvivenza a cui attenersi, il film nella prima parte gode di un respiro da semi-indie. I rari dialoghi avvengono nella lingua dei segni e rispondono soltanto a bisogni primari: tutti i componenti della famiglia oltre che a cancellare le pericolose parole hanno quasi soppresso le emozioni che esse veicolavano. Il concetto è estremo quanto la situazione che fa da sfondo alla vicenda, dato che i protagonisti hanno imparato a proprie spese nei primi giorni dell’attacco alieno quanto un normale capriccio infantile possa portare ad una morte crudele. Questa prima mezz’ora, pur nella sua evidente lentezza, è la migliore del film perché coniuga con delicatezza i due registri, il drammatico e il thriller. Ecco, se proprio vogliamo vedere i prodromi dei difetti che più tardi faranno scivolare l’opera nei terreni più conosciuti dell’home invasion possiamo già notare come il ricorso all’horror sia fatto seguendo pedissequamente trucchetti come gli jump-scares o i finti spaventi. Sia chiaro, spaventare è una delle cose più difficili al mondo eppure farlo adagiandosi mollemente alle mode di troppo cinema americano non giova alla peraltro buona fattura del film. 

Krasinski, infatti, dirige bene gli attori, in particolare quella che è sua moglie sia nella finzione dell’opera che nelle realtà, Emily Blunt, che regala particolare grazia al personaggio senza nome che interpreta. Inoltre vi è anche un uso sapiente degli spazi, appoggiato da una mano registica che senza scadere nel formalismo impiega alcuni azzeccati estetismi (l’uso del colore e degli interni, il riuscito design delle creature). Soltanto che la seconda parte del film, come già anticipato sopra, ricorre a dinamiche che svelano fin troppo chiaramente la natura derivativa del progetto. Vuoi per mancanza d’idee, vuoi per volontà degli sceneggiatori, tante scene rimandano ai classici del genere, dal “Jurassic Park” di Spielberg fino agli assedi carpenteriani. “A quiet place - Un posto tranquillo” si contenta così di essere un prodotto sopra la media e di lanciare quello che molto probabilmente sarà un franchise alla Cloverfield considerati i numerosi punti di domanda disseminati nel corso della storia. Potenziale narrativo asservito alle logiche delle major hollywoodiane: all’horror americano basta poco (un poco fatto di molto danaro, ovviamente) per essere felice.

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