Recensione: La radiomante di Himmler, di Marco Cosentino e Domenico Dodaro

Titolo:
La radiomante di Himmler
Autore: Marco Cosentino, Domenico Dodaro
Editore: Neri Pozza
Pagine: 320
Anno di pubblicazione: 2026
Prezzo copertina: 20,00 €

Recensione a cura di Luigi Pizzi

Ambientato nel cuore della Seconda guerra mondiale, La radiomante di Himmler si muove dentro un’Italia fragile, attraversata da crepe sempre più profonde. È il 1943, e tutto sembra sul punto di crollare: il regime vacilla, i tedeschi arretrano, gli Alleati avanzano. In questo scenario instabile prende forma una storia che intreccia realtà e finzione con sorprendente naturalezza. Al centro ci sono Maria Magnani e il marito — personaggi romanzati ma chiaramente ispirati a Maria Mataloni e Costantino Cattoi — una coppia unita da un talento fuori dal comune. Lei è una radiomante, capace di percepire ciò che si nasconde sotto la superficie della terra; lui, ufficiale dell’aviazione e pioniere nell’uso della fotografia applicata alla ricerca sul territorio. Insieme hanno costruito una realtà solida e rispettata, lavorando tra indagini geologiche, scoperte archeologiche e ricerche sul campo che li hanno portati ben oltre i confini italiani. Il loro equilibrio, però, è destinato a incrinarsi. Le capacità di Maria non passano inosservate e arrivano fino a Heinrich Himmler, figura ossessionata dalle cosiddette “scienze di confine”. Convinto che poteri come quelli della donna possano garantirgli un vantaggio decisivo — forse addirittura condurlo alla scoperta del leggendario oro del Reno — Himmler decide di farla condurre a Berlino. Da qui prende avvio una vera e propria partita a più livelli. Due agenti delle SS, sotto copertura e legati anche da un rapporto personale, vengono inviati in Toscana con il compito di convincere la coppia a seguirli in Germania. Ma non sono gli unici a muoversi: sulle tracce di Maria ci sono anche gli inglesi, determinati a impedire che il suo dono finisca nelle mani sbagliate, mentre altre presenze, tra spie e infiltrati, rendono il quadro ancora più instabile. Ne nasce una spy story tesa e stratificata, fatta di doppi giochi, alleanze fragili e decisioni che non hanno mai conseguenze semplici. Perché il punto non è solo cosa farà Maria, ma fino a che punto si può restare fedeli a se stessi quando tutto intorno crolla.

La radiomante di Himmler
non è il classico romanzo storico che si limita a ricostruire un’epoca: è un libro che scava, proprio come fa la sua protagonista, sotto la superficie delle cose. Al centro della storia c’è una figura che resta impressa più per ciò che sfugge che per ciò che si mostra: Maria Magnani, ispirata alla reale Maria Mataloni. Non è l’eroina tradizionale, né una figura costruita per piacere. È opaca, resistente, quasi indecifrabile. Ed è proprio questa sua natura a renderla credibile. In un mondo dominato da uomini convinti di controllare tutto, è forse l’unica che non pretende di capire fino in fondo il proprio potere. Attorno a lei si muove un mondo narrativo ben costruito: spie, gerarchi assetati di potere, figure opache che cambiano volto a seconda della convenienza. Questo intreccio di presenze rende la trama dinamica, attraversata da continui spostamenti di equilibrio e da una tensione che non si affida solo all’azione, ma anche alle scelte dei personaggi. La radiomante di Himmler, scritto da Marco Consentino e Domenico Dodaro, si muove su un equilibrio delicato: da una parte la ricostruzione storica, dall’altra una tensione narrativa che sfiora quasi il thriller. E funziona proprio perché non forza mai questo equilibrio. La Storia resta solida, riconoscibile, mentre la finzione si insinua negli spazi vuoti, quelli dove è plausibile immaginare ciò che non è stato documentato. 

La presenza di Heinrich Himmler aggiunge una dimensione inquietante. Non è dipinto come un folle caricaturale, ma come qualcosa di molto più disturbante: un uomo metodico, lucido, perfettamente inserito in un sistema che rende l’assurdo quasi logico. La sua ossessione per l’occulto non appare come una stranezza marginale, ma come parte integrante di un potere che ha bisogno di credere a qualcosa di irrazionale per legittimarsi. L’ambientazione è uno dei punti di forza. La Toscana della guerra, fragile e sospesa, e la Berlino del regime creano un contrasto continuo. Si avverte una tensione costante, come se ogni scena fosse sul punto di incrinarsi. Non c’è bisogno di eccessi: bastano piccoli dettagli, una descrizione precisa, per far percepire il peso del periodo. Dal punto di vista stilistico, la scrittura è asciutta, controllata. Non cerca effetti facili e proprio per questo riesce a coinvolgere. Si sente il lavoro a quattro mani, ma non si vede: il testo scorre senza strappi, con una coerenza che tiene insieme personaggi, ritmo e atmosfera. Quello che resta, alla fine, non è tanto la trama — pur ben costruita — ma una sensazione più sottile: l’idea che il confine tra razionale e irrazionale, tra ordine e follia, sia molto più fragile di quanto si voglia credere. E che, in certi contesti, basti davvero poco perché quel confine venga superato.

Marco Consentino, già Capo dell’Ufficio del Cerimoniale del Senato, ha scritto manuali di costume e comportamento, libri di ricette, testi teatrali e sceneggiature di graphic novel. È autore dei romanzi I fantasmi dell’Impero (con Domenico Dodaro e Luigi Panella, Sellerio 2017, Premio selezione Bancarella 2018) e Madame Vitti (con Domenico Dodaro, Sellerio 2022).

Domenico Dodaro, avvocato, esperto di diritto di impresa, vive a Roma. È autore dei romanzi I fantasmi dell’Impero (con Marco Consentino e Luigi Panella, Sellerio 2017, Premio selezione Bancarella 2018) e Madame Vitti (con Marco Consentino, Sellerio 2022).

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