Titolo: Quando l'Italia rinacque. Il nostro Rinascimento
Lo stile è quello tipico di Cazzullo: rapido, narrativo, pieno di aneddoti, domande, curiosità e collegamenti con il presente. Si legge con una facilità sorprendente considerando la quantità di personaggi e opere attraversati. Qualche volta, però, proprio questa volontà di avvicinare tutto al lettore diventa il limite del libro. I riferimenti a personaggi contemporanei, cinema, tecnologia o intelligenza artificiale funzionano spesso, altre volte sembrano un po’ cercati; e alcune questioni storiche molto complesse vengono risolte con giudizi forse troppo netti. Il libro non nasconde, del resto, la propria tesi: è una dichiarazione d’amore al Rinascimento e all’Italia che lo ha generato. Eppure alla fine questa passione è contagiosa. Si chiude il libro con la sensazione di aver attraversato non un museo, ma un mondo pieno di uomini ambiziosi, geniali, violenti, fragili, innamorati, ossessionati dalla bellezza e dalla possibilità di lasciare qualcosa dopo di sé. E viene soprattutto voglia di tornare a Firenze, Roma, Urbino, Milano, Ferrara, Venezia e guardare quelle opere un’altra volta. Solo che, dopo queste pagine, probabilmente le guarderemmo in modo diverso.
Aldo Cazzullo (Alba, 1966) racconta da trentacinque anni i principali fatti italiani e internazionali. È vicedirettore ad personam del Corriere della Sera, dove cura la pagina delle Lettere. Conduce su La7 Una giornata particolare. Ha scritto oltre trenta libri. Per HarperCollins sono usciti Quando eravamo i padroni del mondo, un successo internazionale da 300.000 copie, Il Dio dei nostri padri, che è stato il libro più venduto in Italia nel 2024, superando le 400.000 copie e Francesco. Il primo italiano. È tradotto o in corso di traduzione negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, Germania, Spagna, Francia, Portogallo, Brasile.
Autore: Aldo Cazzullo
Editore: HarperCollins Italia
Pagine: 288
Anno di pubblicazione: 2026
Prezzo copertina: 19,50 €
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Recensione a cura di Luigi Pizzi
Editore: HarperCollins Italia
Pagine: 288
Anno di pubblicazione: 2026
Prezzo copertina: 19,50 €
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Recensione a cura di Luigi Pizzi
Quando l’Italia rinacque non è un libro sul Rinascimento nel senso scolastico del termine. Non procede per date, correnti artistiche e definizioni da ricordare. Aldo Cazzullo costruisce piuttosto un grande racconto, molto personale e dichiaratamente innamorato dell’Italia, partendo da un’idea precisa: il Rinascimento non è soltanto un periodo della nostra storia, ma uno dei momenti in cui è cambiato il modo stesso di guardare l’uomo. Non a caso il libro comincia con un ricordo infantile dell’autore davanti al Mosè di Michelangelo e arriva quasi subito al concetto che percorre tutto il volume: la dignità dell’essere umano, la curiosità, la ricerca, la possibilità di conoscere e di creare. La cosa che mi è piaciuta di più è che Cazzullo riesce a trasformare personaggi ormai ridotti a nomi da manuale in uomini veri, spesso tutt’altro che rassicuranti. Lorenzo de’ Medici non è soltanto “il Magnifico”: intorno a lui ci sono denaro, alleanze, tradimenti, la congiura dei Pazzi, l’assassinio di Giuliano, Savonarola e il rogo. Firenze diventa una città bellissima e feroce, nella quale arte e politica, fede e violenza convivono continuamente. La congiura dei Pazzi, soprattutto, è raccontata quasi come un thriller, pur senza perdere il contesto storico. Poi arrivano i tre giganti attorno ai quali ruota buona parte del libro. Leonardo è forse quello che Cazzullo sente più vicino all’idea dell’uomo rinascimentale: irrequieto, curioso, incapace di fermarsi, interessato contemporaneamente alla pittura, all’anatomia, al volo, alle macchine, all’acqua, al corpo umano. Molto riuscite sono le pagine sul Cenacolo, sulla Gioconda, sui progetti lasciati incompiuti e sul rapporto tormentato con Michelangelo. Non viene costruita la solita statua del genio perfetto: Leonardo appare anche dispersivo, contraddittorio, continuamente attratto dalla cosa successiva. Ed è proprio questo a renderlo vivo. Raffaello è quasi il suo opposto. Giovane, amato, socievole, capace di muoversi nelle corti e di raggiungere una perfezione che sembra naturale. Cazzullo passa dalla Scuola di Atene alla Fornarina, dalle Stanze Vaticane alla morte improvvisa a trentasette anni, costruendo il ritratto forse più luminoso del libro. Michelangelo, invece, riporta tutto nell’ombra: il carattere difficile, il rapporto con il padre, la Pietà, il David, la Sistina, gli scontri con i papi, il Giudizio Universale, Vittoria Colonna e infine le ultime Pietà. Se Raffaello sembra abitare il Rinascimento con naturalezza, Michelangelo sembra combatterci dentro per tutta la vita. Ed è importante che il libro non si fermi alla pittura e alla scultura. Con Ariosto il Rinascimento diventa letteratura, immaginazione, viaggio: Astolfo arriva sulla Luna a recuperare ciò che gli uomini hanno perduto sulla Terra, compreso il senno di Orlando. Con Colombo, invece, il viaggio diventa reale e cambia la geografia del mondo. La parte dedicata a Colombo è anche una delle più apertamente polemiche: Cazzullo condanna senza esitazioni il colonialismo e i suoi crimini, ma rifiuta di ridurre l’esploratore soltanto a essi e insiste sulla necessità di leggerlo anche dentro il proprio tempo. Nelle ultime pagine il clima cambia. Il processo a Veronese davanti all’Inquisizione è quasi il simbolo di un’epoca che si sta chiudendo: alla libertà e all’esuberanza succedono controllo, Controriforma e censura. Ma il Rinascimento, sostiene Cazzullo, non finisce davvero. Continua nella scienza, in Galileo, nei libri, nelle immagini e soprattutto in quell’idea dell’uomo libero di conoscere che il volume aveva messo al centro fin dall’inizio.
Lo stile è quello tipico di Cazzullo: rapido, narrativo, pieno di aneddoti, domande, curiosità e collegamenti con il presente. Si legge con una facilità sorprendente considerando la quantità di personaggi e opere attraversati. Qualche volta, però, proprio questa volontà di avvicinare tutto al lettore diventa il limite del libro. I riferimenti a personaggi contemporanei, cinema, tecnologia o intelligenza artificiale funzionano spesso, altre volte sembrano un po’ cercati; e alcune questioni storiche molto complesse vengono risolte con giudizi forse troppo netti. Il libro non nasconde, del resto, la propria tesi: è una dichiarazione d’amore al Rinascimento e all’Italia che lo ha generato. Eppure alla fine questa passione è contagiosa. Si chiude il libro con la sensazione di aver attraversato non un museo, ma un mondo pieno di uomini ambiziosi, geniali, violenti, fragili, innamorati, ossessionati dalla bellezza e dalla possibilità di lasciare qualcosa dopo di sé. E viene soprattutto voglia di tornare a Firenze, Roma, Urbino, Milano, Ferrara, Venezia e guardare quelle opere un’altra volta. Solo che, dopo queste pagine, probabilmente le guarderemmo in modo diverso.
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