3 aprile 2014

Recensione: LA PIRAMIDE di Juan Villoro

Titolo: La Piramide
Autore: Juan Villoro
Editore: Gran Via
Pagine: 448
Anno di pubblicazione: 2013
Prezzo copertina: 15,00 €


Recensione a cura di Paolo Massimo Rossi

In una località turistica messicana di fantasia (Kukulcàn), sopravvive un solo Hotel: La Piramide. Tutti gli altri sono stati abbandonati e restano come fatiscenti ricordi in quella che, una volta, doveva essere una località turistica. Mario Müller dirige l’Hotel, Tony Gongora è un suo collaboratore. Mario Müller e Tony Gongora sono amici da sempre; insieme avevano creato un complesso musicale, gli Extraditables, che aveva avuto, negli anni 80, scarsa fortuna. Gongora era il bassista del gruppo, avendo come mito iconico Jaco Pastorius. La storia è ridondante di riferimenti e citazioni ai più noti gruppi rock, jazz, fusion e funky di quegli anni.

Gongora è anche un ex tossico che sta perdendo la memoria; mentre Mario Müller, malato terminale di cancro, vorrebbe (o meglio: si illude di) sopravvivere a se stesso cercando di fissare il proprio passato e il proprio presente, questo ormai in rapida scadenza, nella labile memoria di Tony. Progetto temerario in sé che trova una inattesa risorsa nell’esistenza della figlia di Mario, Irene, che Tony deve proteggere da una presumibile violenza di narcotrafficanti. Il filo conduttore del romanzo è però, la ricerca dell’omicidio di Ginger Oldenville, altro collaboratore di Mario Müller, quale addetto all’acquario dell’Hotel. Tony Gongora, incaricato di trovare sia il colpevole che il motivo dell’omicidio - ma sviato nella sua ricerca da poliziotti ambigui che cercano altre visibilità da quelle specificamente inerenti la loro professione - riuscirà a comprendere i meccanismi e le vicende che hanno provocato l’assassinio di Ginger. Però non con le modalità canoniche di questo tipo di ricerca. Infatti un’ambiguità malata accompagna la sua attività di detective: cerca l’assassino di Oldenville o quello che ha ucciso i suoi sogni di musicista?

L’autore crea intorno alle indagini di Gongora un’atmosfera confusa e quasi onirica, specchio opaco di una vita che si è persa nella incapacità di conservare amori e aspirazioni artistiche. In fondo, Tony cerca un assassino o se stesso? Fallirà sui due fronti di indagine o questi si fonderanno, quasi miracolosamente, in un’unica salvifica soluzione? Ad un primo approccio (che privilegia la descrizione dell’ambiente, il piacere della paura offerto a turisti ormai annoiati degli usuali intrattenimenti vacanzieri, i riferimenti criptati a riti della civiltà Maja) il romanzo sembra essere storia di fantascienza proiettata in un indefinibile futuro. Ma è una cifra narrativa dalla quale l’autore si libera rapidamente, per circoscrivere l’azione in un presente molto più prosaico fatto di narcotraffici, di poliziotti interessati al proprio posto di lavoro, di sesso vissuto come sconfitta: tutto estremamente attuale nella cronaca dei nostri tempi. E’ vero che nella storia è possibile leggere (forse “ascoltare”) echi Borgesiani e Orwelliani che sembrano connotare un presente monadicamente circoscritto nella misteriosa e opprimente “Piramide”, ma lo sviluppo della vicenda assume, nel suo svolgimento, più le caratteristiche di un “cartoons” che di un mito, pur anche letterario. E’ da dire che la vita passata di Tony è presentata come un lungo, malinconico flashback di episodi forse mai veramente accaduti, che Mario Müller appare personaggio non ben individuato se non nella su aspirazione da ragazzo di andare a letto con la madre di Tony e che i turisti, anonimi abitanti dell’hotel, sono assimilati a merci di consumo il cui ruolo sociale è delimitato in uno spettacolo di massa che resta presente eppure, contemporaneamente, al contorno. Mentre i narcotrafficanti restano invisibili ma immanentemente cattivi quanto basta.

Tutto questo fa sì che la lettura finisca per essere circoscritta alla necessità di accettare una sostanziale sottomissione a un ossessivo umore nostalgico del protagonista Tony e, nello stesso tempo, all’ambiguità del sentimento amicale di Mario Müller. La loro amicizia, le loro avventure, il tradimento, la loro mutua solitudine: tutto finisce per sfumare nel paradigma di un giallo con omicidio di cui si esplora, però, solo il simulacro. Infatti, la dinamica dell’azione è costantemente interrotta e la faccenda è confusa e ingannevole, mentre Tony - presunto eroe, è ingannato, è poco ambizioso e pertanto – né potrebbe essere diversamente - “senza gloria”. L’impostazione di un tale palinsesto richiede che non ci sia un vero disvelamento dell’omicidio. In questo senso viene a mancare la resa dei conti finale propria di ogni giallo: l’atmosfera continua ad essere rarefatta anche nell’attimo topico della soluzione del mistero.

Dunque, la narrazione si sviluppa in livelli superficiali per quanto riguarda la soluzione del “giallo”, mentre privilegia un aspetto peculiare proprio delle favole con finale in bilico tra un rassicurante “lieto fine” e la circolarità che tutto possa rimettersi pericolosamente in gioco. Motivi in fondo sottintesi nelle premesse: il protagonista Gongora non è in grado di conservare gli amori che ha vissuto (Luciana, Sandra); la sua esistenza si sostanzia in un doppio tradimento: quello nei confronti dei suoi amori, e quello verso lo stato delle cose che stanno inevitabilmente cambiando; è derubato dei suoi ricordi ma, alla fine, finisce per accettare una memoria fittizia che gli permetta di dimenticare quel suo antico mondo più volte sottinteso nel racconto. In altri termini, e citando Adorno: “Il detto che i ricordi sono l’unico possesso che nessuno ci può togliere appartiene all’armamentario dell’impotente conforto sentimentale, che vorrebbe far credere al soggetto come il suo ripiegamento nell’interiorità e la sua rinuncia, siano precisamente la realizzazione da cui desiste.” Dunque, Tony trasgredisce il dettato esistenziale canonico (così come prefigurato da Adorno) distruggendo, quasi inconsapevolmente, la memoria del proprio passato trasformandolo in qualcosa del tutto esteriore a se stesso. Infine, La Piramide è un romanzo giallo senza essere un giallo; è un racconto di fantascienza privo di fantascienza. Si concede alla voglia di stupire percorrendo strade che sanno di quotidiano cronachismo. E’ metafora dei monumenti Maja ma, in cima ai gradini, non c’è un vero letto del sacrificio. La storia sembra quasi un pretesto dello scrittore per farci conoscere le sue opinioni sulla vita e sulla morte sublimate in un interminabile elenco di massime – sorta di filosofia spicciola come manuale per il quotidiano - che a volte diventano stucchevoli: “Crescere vuol dire dimenticarsi delle ginocchia”; “La verità non serve per cambiare il mondo, serve per sapere che la verità esiste; “ A fine giornata due aspetti differenziano le persone: il sesso e il denaro”. Nel corso dell’ investigazione poliziesca, Tony Gongora vi si compiace, quasi con un’ indolenza karmica. Onestamente: il Marlowe di Chandler, nella sua ironica grandezza di detective vinto e disilluso, era di un’altra pasta.

L'AUTORE
Juan Villoro nasce a Città del Messico nel 1956. Scrittore, giornalista, drammaturgo, traduttore, Villoro è, per la sua parabola letteraria, uno dei più conosciuti e apprezzati esponenti della cultura ispanica.

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