Recensione a cura di Mario Turco
La struttura di “Submergence” omaggia il melò di ampio respiro che pur insistendo per lunghi tratti della sua durata sulla passione dei due protagonisti non esita ad avventurarsi in escursioni geopolitiche sull'attualità. La personalità dei due protagonisti è il fattore più interessante del film che però viene completamente esaurita nei primi bei 30 minuti. Il corteggiamento spudorato di Danielle e il successivo contatto con James, molto diverso da lei, destabilizza una condotta di vita fino a lì improntata ad un freddo professionismo accademico. Wenders sin da subito prova ad allargare le maglie metaforiche della narrazione immergendo i loro dialoghi conoscitivi in un'aurea di morte: lei ha paura di perdersi nei fondali marini della sua prossima difficile immersione, lui è un ex-soldato che ne ha visto gli effetti sul campo. Anche la struttura non lineare della storia, intervallata da continui flashback, contribuisce ad alimentare il senso tragico di un'esistenza che può spezzarsi in qualunque momento. La bellezza delle due star che interpretano i protagonisti, la luminosa Alicia Vikander e l'eccezionale James McAvoy, risaltata dalla fotografia di Benoît Debie e da una regia che insiste tantissimo sui primi piani e gli sguardi in macchina, conferma la sensibilità estetica di Wenders. Che s'esplica anche in due omaggi artistici non banali: la barca di Danielle si chiama “L’Atalante”, in omaggio all’omonimo capolavoro del regista francese Jean Vigo mentre i dipinti di Caspar David Friedrich fanno da sfondo alla scena nel museo in cui James prende accordi per la missione. L'acqua, come si può intuire anche da questi riferimenti, è l'elemento più importante del film, segno di rinascita dopo la morte e legame mistico tra i due protagonisti, divisi/uniti sia nel lavoro che in amore da essa. Insomma, “sin qui Submergence” aveva sviluppato interessanti premesse per un prosieguo altrettanto convincente. Ed invece quando si tratta di andare al nocciolo il film di Wenders s'appiattisce come i propri personaggi: Danielle viene continuamente ripresa mentre si strugge per l'incertezza del distacco perdendo la componente di forza che l'aveva caratterizzata all'inizio (in U.S.A. alcuni critici l'hanno accusato di razzismo proprio per questa sottovalutazione del personaggio che come quasi sempre nel melò sconta la debolezza del genere femminile) mentre James nonostante l'apertura mentale degli inizi si trova a dover fronteggiare il cieco fondamentalismo dei guerriglieri musulmani. E se all'amore occidentale il finale riserva comunque una possibilità di speranza, il bombardamento nel campo di mangrovie sui terroristi simboleggia invece la resa del pensiero razionale verso quelle popolazioni. Un cinismo politico che purtroppo è il segno di questi tempi populisti e al quale perfino il buon Wenders si adagia.